La cosiddetta scoperta dell’America indica l’arrivo della spedizione di Cristoforo Colombo nei Caraibi il 12 ottobre 1492 e, più in generale, l’inizio dei contatti stabili fra Europa e continente americano. La parola “scoperta” è comoda ma racconta il punto di vista di una sola parte: le isole e le terre su cui sbarcarono gli europei erano abitate da milioni di persone, con lingue, città, religioni e commerci propri. Molti storici preferiscono parlare di incontro, o di conquista. Qui si guarda al quadro generale: perché accadde, che cosa cambiò, come lo ricordiamo. La navigazione vera e propria è raccontata nella pagina sul viaggio di Colombo del 1492, lo sbarco in quella sull’arrivo di Colombo in America.
Perché proprio nel 1492
Nel Quattrocento il Portogallo esplorava da decenni la costa africana, cercando oro, schiavi e una via marittima verso le spezie dell’Asia. La Castiglia restava indietro. Il 2 gennaio 1492, con la resa di Granada, Isabella e Ferdinando chiusero la guerra contro l’ultimo regno musulmano della penisola e si trovarono con prestigio, soldati e ambizioni da spendere. Il progetto di un navigatore genovese che da anni girava per le corti, raggiungere l’Asia andando verso occidente, era rischioso ma costava poco. Le Capitolazioni di Santa Fe, firmate il 17 aprile 1492, promettevano a Colombo il titolo di ammiraglio, il governo delle terre trovate e un decimo dei guadagni.
Colombo non sapeva dove era arrivato
Colombo fece quattro viaggi, fra il 1492 e il 1504, e morì a Valladolid nel 1506 convinto, o almeno deciso a sostenere, di aver raggiunto le coste dell’Asia. Per questo chiamò “Indie” le terre e “indios” i loro abitanti, un errore rimasto nella lingua per cinque secoli. Fu un altro italiano, il fiorentino Amerigo Vespucci, a scrivere, nei resoconti dei suoi viaggi lungo le coste del Brasile, che si trattava di un “mondo nuovo”. Nel 1507 il cartografo tedesco Martin Waldseemüller, che lavorava con un gruppo di studiosi a Saint-Dié, in Lorena, pubblicò un grande planisfero in dodici fogli e sulle terre del sud scrisse “America”, in onore di Vespucci. Delle circa mille copie che si pensa siano state stampate ne resta una sola, acquistata nel 2003 dalla Library of Congress di Washington. Il nome piacque e restò; più tardi fu esteso anche al nord.
Un mondo già abitato
Nel 1492 nelle Americhe vivevano decine di milioni di persone: le stime degli studiosi variano moltissimo, e il dibattito è ancora aperto. Nei Caraibi c’erano i Taíno, agricoltori che coltivavano manioca e mais e vivevano in villaggi guidati da capi chiamati cacicchi. Più a ovest fiorivano le grandi civiltà della Mesoamerica: Tenochtitlan, la capitale dei Mexica, aveva probabilmente più abitanti di qualsiasi città spagnola. Sulle Ande l’impero inca si estendeva per oltre 4.000 chilometri, collegato da una rete di strade.
Dalla scoperta alla conquista
La spartizione arrivò subito. Nel 1493 papa Alessandro VI, spagnolo, assegnò alla Castiglia le terre a ovest di una linea nell’Atlantico; nel 1494, con il trattato di Tordesillas, Spagna e Portogallo spostarono quella linea più a ovest, ed è per questo che il Brasile parla portoghese. Nessuno chiese il parere di chi abitava quelle terre. Nei decenni seguenti i conquistadores abbatterono l’impero azteco (1519-1521) e quello inca (dal 1532), anche grazie ad alleanze con popoli indigeni nemici dei dominatori. Con l’encomienda gli indigeni dovevano lavoro e tributi ai coloni. Già nel 1511, a Hispaniola, il frate domenicano Antonio de Montesinos denunciò dal pulpito le violenze contro gli indios; più tardi lo fece Bartolomé de Las Casas. Ne parla la sezione sul colonialismo.
A uccidere più delle armi furono le malattie. Vaiolo, morbillo e influenza, sconosciuti nelle Americhe, provocarono un crollo demografico enorme: in molte zone dei Caraibi, nel giro di due o tre generazioni, la popolazione taína quasi scomparve. Per sostituire la manodopera i coloni cominciarono a deportare africani ridotti in schiavitù. Iniziava la tratta atlantica, che in tre secoli e mezzo portò oltre l’oceano più di dodici milioni di persone.
Lo scambio colombiano
Dopo il 1492 attraversarono l’oceano anche piante e animali. Lo storico americano Alfred Crosby, nel 1972, chiamò questo fenomeno “scambio colombiano”. Dall’America arrivarono in Europa mais, patate, pomodori, fagioli, peperoni, cacao, tabacco. Dall’Europa partirono cavalli, mucche, maiali, grano, viti e canna da zucchero. È difficile immaginare la cucina italiana senza pomodoro e polenta, eppure fino al Cinquecento non esistevano: il pomodoro, per lungo tempo, fu coltivato solo come pianta ornamentale. L’argento delle miniere di Potosí, in Bolivia, inondò l’Europa e arrivò fino in Cina, passando da Siviglia.
Il 12 ottobre oggi
La data si ricorda in modi molto diversi. Negli Stati Uniti il Columbus Day è festa federale dal 1937 ed è stato a lungo una festa della comunità italoamericana, che vedeva in Colombo un simbolo di integrazione. In Spagna il 12 ottobre è la festa nazionale. In America latina molti paesi hanno cambiato nome alla ricorrenza: il Venezuela dal 2002 celebra il “Giorno della resistenza indigena”, l’Argentina dal 2010 il “Giorno del rispetto della diversità culturale”. Negli Stati Uniti, dal 2021, una proclamazione presidenziale riconosce lo stesso giorno anche come Indigenous Peoples’ Day. Le due memorie convivono, non senza polemiche.
Date essenziali
2 gennaio 1492, resa di Granada. 3 agosto 1492, partenza da Palos. 12 ottobre 1492, sbarco a Guanahaní. 1494, trattato di Tordesillas. 1507, il nome “America” sulla carta di Waldseemüller. 1519-1521, conquista dell’impero azteco.
Fonti per approfondire
Voce Colombo, Cristoforo nel Dizionario Biografico degli Italiani Treccani; la pagina della Library of Congress sulla carta di Waldseemüller; Alfred W. Crosby, The Columbian Exchange (1972).