Preistoria

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La Preistoria è l’arco di tempo in cui le comunità umane non disponevano ancora di una documentazione scritta sistematica. È una definizione convenzionale, non una fase identica per tutti: la scrittura compare in Mesopotamia alla fine del IV millennio a.C., mentre in molte regioni la trasmissione dei saperi restò affidata a pratiche, oggetti e memoria orale per secoli o millenni ancora.

Le schede tematiche su questo periodo sono raccolte nell’indice degli argomenti sulla Preistoria, utile per scegliere da dove iniziare.

Che cos’è la Preistoria e quando finisce

Quando in classe chiedo dove finisce la Preistoria, la risposta più comune è “con l’invenzione della scrittura”. Giusto, ma va presa con le pinze. I primi segni su tavolette d’argilla compaiono a Uruk, in Mesopotamia, intorno al 3300-3200 a.C. In Italia i primi testi arrivano con Greci ed Etruschi soltanto nell’VIII-VII secolo a.C., e per gran parte dell’Europa del Nord bisogna aspettare i Romani.

Per le fasi di passaggio gli studiosi parlano di protostoria: un popolo non scrive ancora, ma viene già nominato nei testi dei vicini. Per conoscere oltre il 99% del passato umano abbiamo soltanto ossa, pietre, semi e tracce nel terreno. Come si arrivò ai primi segni su argilla lo racconta la pagina sulla nascita della scrittura.

Origini umane e tempi profondi

Le più antiche tecnologie litiche riconosciute risalgono ad almeno 2,6 milioni di anni fa, soprattutto in Africa orientale. L’uso controllato del fuoco è attestato in contesti diversi tra circa 400.000 e 300.000 anni fa. Homo sapiens si affermò in Africa almeno 300.000 anni fa; tra 70.000 e 45.000 anni fa gruppi umani raggiunsero nuove regioni dell’Asia, dell’Australia e dell’Europa. Le date indicano intervalli di ricerca, perché dipendono dalla conservazione dei siti e dai metodi di datazione.

Prima ancora del genere Homo, in Africa vivevano gli australopitechi. Il fossile più celebre è Lucy, un’Australopithecus afarensis vissuta circa 3,2 milioni di anni fa e ritrovata nel 1974 a Hadar, in Etiopia. Camminava su due gambe, ma aveva un cervello poco più grande di quello di uno scimpanzé.

Le specie umane: Homo habilis, erectus, Neanderthal e sapiens

Homo habilis, vissuto in Africa orientale tra circa 2,4 e 1,5 milioni di anni fa, deve il nome (“uomo abile”) agli strumenti di pietra trovati accanto ai suoi resti nella gola di Olduvai, in Tanzania. Homo erectus compare circa 1,9 milioni di anni fa: più alto, con proporzioni simili alle nostre, fu tra i primi a lasciare l’Africa. A Dmanisi, in Georgia, ominini molto vicini a lui c’erano già 1,8 milioni di anni fa.

In Europa e in Asia occidentale, tra circa 400.000 e 40.000 anni fa, vissero i Neanderthal. Altro che bruti curvi: seppellivano almeno una parte dei loro morti, controllavano il fuoco e producevano strumenti raffinati. In Italia ne restano tracce importanti, dall’Uomo di Altamura in Puglia alla Grotta Guattari al Circeo. Il ritratto completo è nella scheda sull’Uomo di Neanderthal.

Homo sapiens nasce in Africa: i resti di Jebel Irhoud, in Marocco, hanno circa 300.000 anni. Quando i sapiens arrivarono in Europa, più o meno 45.000 anni fa, incontrarono i Neanderthal e a volte ebbero figli con loro. Lo dice il DNA: chi ha origini non africane conserva in media l’1-2% circa di geni neanderthaliani, una scoperta legata al lavoro di Svante Pääbo, Nobel per la medicina nel 2022. Tutta la vicenda è raccolta nella sezione Origine dell’uomo.

Il Paleolitico: inferiore, medio e superiore

Paleolitico significa “età della pietra antica”, e dura più di due milioni e mezzo di anni. Gli archeologi lo dividono in tre fasi, in base al modo di lavorare la pietra; le date sono approssimative.

Il Paleolitico inferiore va da circa 2,6 milioni a circa 300.000 anni fa. I primi utensili sono ciottoli spezzati con pochi colpi per ricavarne un margine tagliente. Verso 1,7 milioni di anni fa compare l’amigdala, una pietra a forma di mandorla lavorata su entrambe le facce. In Italia un sito celebre di questa fase è Isernia La Pineta, in Molise, di circa 600.000 anni fa.

Il Paleolitico medio (circa 300.000-40.000 anni fa) è l’epoca della tecnica Levallois: si preparava con cura un blocco di pietra e poi, con un solo colpo, se ne staccava una scheggia dalla forma già prevista. In Europa questa fase è legata soprattutto ai Neanderthal.

Il Paleolitico superiore (circa 45.000-12.000 anni fa) coincide in Europa con l’arrivo di Homo sapiens. Le lame di selce si fanno sottili e regolari, e con osso e corno si producono punte, propulsori e aghi con la cruna per cucire abiti adatti al freddo glaciale. È l’epoca della Venere di Willendorf, di circa 30.000 anni fa, e delle grandi pitture in grotta.

Il Paleolitico non fu un’epoca di immobilità. Caccia, raccolta, pesca e uso stagionale degli ambienti richiedevano cooperazione, divisione dei compiti, cura dei membri fragili e trasmissione tecnica. Gli strumenti di pietra, osso e legno documentano soluzioni adattate a paesaggi differenti, mentre ornamenti, sepolture e pitture attestano forme di comunicazione simbolica, anche se il loro significato non è sempre ricostruibile. Strumenti, ripari e vita quotidiana sono approfonditi nella pagina sul Paleolitico.

L’arte delle caverne: Chauvet, Lascaux e Altamira

La grotta Chauvet, nell’Ardèche, fu scoperta nel 1994 da tre speleologi. Le pitture più antiche hanno circa 36.000 anni: leoni, rinoceronti, mammut e cavalli resi con sfumature e sovrapposizioni che danno profondità. Addio all’idea di un’arte “primitiva” che migliora piano piano: già allora c’era chi dipingeva benissimo.

Lascaux, in Dordogna, venne scoperta nel 1940 da alcuni ragazzi e ha pitture di circa 17.000 anni. Il successo la mise in pericolo. Il respiro e il calore dei visitatori favorirono muffe e alterazioni, e nel 1963 la grotta fu chiusa al pubblico; oggi si visitano riproduzioni fedeli come Lascaux IV, aperta nel 2016.

In Cantabria, nel nord della Spagna, c’è Altamira. Nel 1879 la piccola María, figlia di Marcelino Sanz de Sautuola, alzò gli occhi e vide i bisonti dipinti sul soffitto. Per oltre vent’anni molti esperti parlarono di falso, finché nel 1902 il francese Émile Cartailhac ammise pubblicamente l’errore. Gran parte delle pitture policrome è attribuita al Maddaleniano, oltre 14.000 anni fa.

Perché dipingevano? Magia per la caccia, riti di iniziazione, sciamanesimo: le ipotesi sono tante, le certezze poche. Anche l’Italia ha la sua arte paleolitica, per esempio nella Grotta di Fumane, vicino a Verona, e nella Grotta dell’Addaura a Palermo, con figure umane incise in quella che sembra una scena rituale.

Il Mesolitico: cacciatori in un mondo che si scalda

Con la fine dell’ultima glaciazione, circa 11.700 anni fa, il clima dell’emisfero settentrionale divenne più caldo. In molte aree il Mesolitico vide una maggiore diversificazione delle risorse, nuovi strumenti e insediamenti più duraturi.

In Europa questa fase va grosso modo dal X al VI millennio a.C. Il mare sale, le steppe di renne e mammut lasciano posto a boschi di querce e noccioli, e i cacciatori puntano su cervi, cinghiali, uccelli e pesci. Lo strumento tipico è il microlite, una scheggia di pochi centimetri montata in serie su aste di legno per fare frecce e arpioni. Non era una semplice sala d’attesa prima dell’agricoltura: lungo il Danubio alcune comunità abitavano villaggi per buona parte dell’anno. Ne parliamo nella pagina sul Mesolitico.

Il Neolitico e la rivoluzione agricola

Dal X al VII millennio a.C. circa, nel Vicino Oriente, coltivazione e allevamento si affiancarono alla raccolta. Il fenomeno si diffuse con tempi diversi verso Europa, Africa e Asia: non fu una singola “rivoluzione” identica ovunque.

L’espressione “rivoluzione neolitica” si deve all’archeologo Vere Gordon Childe, negli anni Trenta del Novecento. Nella Mezzaluna Fertile vennero domesticati frumento, orzo, lenticchie e lino, poi capre, pecore, bovini e maiali. Altrove l’agricoltura nacque in modo indipendente: riso e miglio in Cina, mais in Mesoamerica, patata nelle Ande.

A Göbekli Tepe, in Turchia, dal 9500 a.C. circa gruppi che vivevano ancora soprattutto di caccia e raccolta innalzarono grandi pilastri di pietra decorati. A Çatalhöyük, in Anatolia, abitato all’incirca tra il 7100 e il 6000 a.C., le case erano addossate senza strade e vi si entrava dal tetto.

Villaggi, ceramiche, tessitura e pratiche rituali cambiarono il rapporto con il territorio. L’agricoltura aumentò le riserve disponibili, ma portò anche lavoro più intenso, malattie legate alla sedentarietà e nuove differenze nell’accesso alle risorse. Le comunità conservarono a lungo economie miste, combinando coltivazione, allevamento, pesca e raccolta.

In Italia il Neolitico arriva intorno al 6000 a.C. (data indicativa), soprattutto via mare, con i primi agricoltori di Puglia, Calabria e Sicilia e la loro ceramica impressa, decorata premendo il bordo di una conchiglia nell’argilla fresca. Zappe, falcetti e macine sono descritti nella pagina sulle tecniche agricole del Neolitico.

L’età dei metalli: rame, bronzo e ferro

Dal V millennio a.C. la lavorazione del rame e poi del bronzo, seguita dal ferro in epoche diverse, ampliò scambi, specializzazioni e gerarchie. Materie prime, tecniche e oggetti circolarono su distanze crescenti; alcuni insediamenti divennero centri di produzione e potere. La metallurgia non segna però un progresso automatico: le forme politiche e sociali restarono diverse e i conflitti non furono inevitabili.

Il rame è tenero, tanto che nell’età del rame (in Italia, circa 3500-2200 a.C.) si usa ancora moltissima selce. Il bronzo, lega di rame e stagno, è più duro e si cola in stampi, ma lo stagno è raro e va cercato lontano, perfino in Cornovaglia. Il ferro è più difficile da lavorare, eppure il minerale si trova quasi ovunque. In Italia la sua età comincia intorno al X-IX secolo a.C., con la cultura villanoviana. Per i dettagli c’è la pagina sull’età dei metalli.

Nel III e II millennio a.C. alcuni territori videro la crescita di città, reti commerciali e autorità centralizzate. In altri continuarono villaggi autonomi e forme di mobilità pastorale. Come si passò dai villaggi ai primi centri urbani lo trovi in nascita delle città. La Preistoria termina convenzionalmente quando le fonti scritte diventano abbastanza regolari da affiancare archeologia e antropologia; la transizione avvenne in momenti diversi, non con un confine universale.

La Preistoria in Italia: Ötzi, Val Camonica, terramare e nuraghi

Il 19 settembre 1991 due escursionisti tedeschi videro un corpo affiorare dal ghiaccio al Giogo di Tisa, sopra la Val Senales, a oltre 3.200 metri. Era Ötzi, vissuto circa 5.300 anni fa, nell’età del rame, con abiti di pelle, un arco non finito e un’ascia di rame. Nel 2001 una radiografia trovò una punta di freccia nella sua spalla sinistra: era stato ucciso. Oggi è al Museo Archeologico dell’Alto Adige, a Bolzano.

In Val Camonica, nel Bresciano, le rocce furono incise per migliaia di anni, fino all’età del ferro e oltre: cervi, guerrieri, aratri, capanne e la “rosa camuna”, oggi simbolo della Lombardia. Nel 1979 fu il primo sito italiano iscritto nella Lista del patrimonio mondiale UNESCO.

In Emilia, nell’età del bronzo (circa 1650-1150 a.C.), sorsero le terramare, villaggi quadrangolari con terrapieno e fossato. Il nome viene dalla “terra marna”, il terreno scuro e fertile che i contadini dell’Ottocento scavavano per concimare i campi, distruggendo molti siti. Sulle Alpi, invece, molte comunità vivevano in palafitte, come a Fiavè e a Ledro, in Trentino.

In Sardegna, dal XVII secolo a.C. circa, si costruirono i nuraghi, torri di grandi blocchi di pietra posati a secco: se ne contano oltre settemila. Su Nuraxi, a Barumini, è patrimonio UNESCO dal 1997. Difesa, residenza di capi o luogo di riunione? Gli archeologi ne discutono ancora.

Come si studia la Preistoria: archeologia e datazioni

Senza testi, chi studia la Preistoria lavora come un investigatore. La stratigrafia parte da una regola semplice: il terreno si deposita a strati, e di solito quello più in basso è il più antico. Così si ottiene una sequenza, ma non ancora una data.

Per le date c’è il radiocarbonio, messo a punto da Willard Libby alla fine degli anni Quaranta: misura il carbonio 14 rimasto in ossa, legno o carbone e arriva fino a circa 50.000 anni fa. Per epoche più antiche si usano il potassio-argon sulle rocce vulcaniche o la termoluminescenza su selci bruciate e ceramiche. La dendrocronologia, che conta gli anelli degli alberi, a volte data il palo di una palafitta all’anno esatto.

Pollini, semi carbonizzati e ossa animali raccontano paesaggi, raccolti e allevamento. Il DNA antico, poi, ha cambiato molte certezze: nella grotta di Denisova, in Siberia, un frammento di dito ha fatto conoscere una popolazione umana prima ignota, i Denisoviani.

Cronologia essenziale della Preistoria

Le date sono indicative; per le età dei metalli si riferiscono all’Italia.

PeriodoDate approssimativeChe cosa succede
Paleolitico inferiorecirca 2,6 milioni – 300.000 anni faPrimi strumenti, Homo habilis ed erectus, fuoco
Paleolitico mediocirca 300.000 – 40.000 anni faTecnica Levallois, Neanderthal
Paleolitico superiorecirca 45.000 – 12.000 anni faHomo sapiens in Europa, arte delle caverne
Mesolitico (Europa)circa 10.000 – 6000 a.C.Fine dei ghiacci, microliti
Neoliticodal 9500 a.C. circa (Vicino Oriente), dal 6000 a.C. circa (Italia)Agricoltura, allevamento, villaggi
Età del ramecirca 3500 – 2200 a.C.Prime asce di rame, Ötzi
Età del bronzocirca 2200 – 950 a.C.Terramare, nuraghi, palafitte
Età del ferrodal X-IX secolo a.C.Villanoviani, poi Etruschi e scrittura

Domande frequenti sulla Preistoria

Quanto dura la Preistoria?

Dai primi strumenti di pietra, almeno 2,6 milioni di anni fa, fino alla scrittura: intorno al 3300-3200 a.C. in Mesopotamia, molti secoli dopo in Italia.

Quali sono i periodi della Preistoria?

L’età della pietra (Paleolitico, Mesolitico, Neolitico) e l’età dei metalli (rame, bronzo, ferro). Lo schema nasce nell’Ottocento con il danese Christian Jürgensen Thomsen; i termini Paleolitico e Neolitico li introdusse John Lubbock nel 1865.

Gli uomini preistorici vivevano con i dinosauri?

No. I dinosauri non aviani si estinsero circa 66 milioni di anni fa, oltre sessanta milioni di anni prima dei primi strumenti di pietra.

Quando è nata l’agricoltura?

Nel Vicino Oriente intorno al 9500 a.C.; in Cina, Mesoamerica e Ande in modo indipendente e in tempi diversi. In Italia arrivò verso il 6000 a.C.

Nota sulle fonti

La ricostruzione integra stratigrafia, radiocarbonio e altri metodi fisici, paleobotanica, archeozoologia, antropologia e studio dei manufatti. Le interpretazioni cambiano con nuovi scavi e analisi, quindi le date sono orientative. Per approfondire: Chris Stringer, The Origin of Our Species; Jean Guilaine, La seconde naissance de l’homme. Le Néolithique; V. Gordon Childe, Man Makes Himself; Treccani, voci “Preistoria” e “Neolitico”; Encyclopaedia Britannica, voce “Stone Age”.

La ricerca contemporanea evita di leggere queste trasformazioni come una scala unica dal “semplice” al “complesso”. Le società preistoriche elaborarono risposte diverse a clima, disponibilità delle risorse e relazioni con i vicini. Anche le migrazioni furono processi articolati, con incontri, scambi e mescolanze tra popolazioni. Per questo reperti, paesaggi e resti biologici devono essere interpretati insieme, mettendo a confronto dati locali e modelli più ampi.

Questa prospettiva invita a distinguere dati e interpretazioni. Un utensile, un seme carbonizzato o una sepoltura non parlano da soli: acquistano significato quando sono confrontati con il contesto stratigrafico e con altri siti. La storia delle origini resta quindi una ricerca aperta.