Schiavitù

Un percorso tematico per collegare luoghi, società, idee e trasformazioni storiche attraverso le schede dell’archivio.

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La schiavitù è la condizione di una persona che appartiene a un’altra come se fosse un oggetto: può essere comprata, venduta, ereditata, punita senza che nessun tribunale la protegga. Ci sembra una cosa lontana. Eppure per gran parte della storia umana è stata normale, quasi invisibile, data per scontata da filosofi, legislatori e religioni. L’idea che sia un crimine contro l’umanità ha poco più di due secoli.

In classe parto quasi sempre da una data che spiazza: il Brasile ha abolito la schiavitù nel 1888. I bisnonni di molti di noi erano già nati.

La schiavitù nel mondo antico

Il codice di Hammurabi, intorno al 1750 a.C., prevede pene per chi aiuta uno schiavo a fuggire e regola il prezzo da pagare se uno schiavo viene ferito. In Egitto, in Mesopotamia, in Cina, gli schiavi lavoravano nelle case, nei campi, nei cantieri. Si diventava schiavi soprattutto in tre modi: prigionieri di guerra, debitori insolventi, figli di madre schiava.

Nell’Atene di Pericle, culla della democrazia, gli schiavi erano forse un terzo degli abitanti. Aristotele scrisse che alcuni uomini sono “schiavi per natura”. A Roma il fenomeno diventò gigantesco dopo le conquiste del II secolo a.C.: il geografo Strabone racconta che nel mercato di Delo si potevano vendere diecimila schiavi in un giorno. Lavoravano nelle grandi tenute del Sud, nelle miniere, nelle case dei ricchi come cuochi, segretari, maestri.

Non sempre accettavano il loro destino. La rivolta più famosa è quella guidata dal gladiatore trace Spartaco tra il 73 e il 71 a.C.: decine di migliaia di schiavi tennero in scacco le legioni per due anni. Alla fine Crasso fece crocifiggere seimila prigionieri lungo la via Appia, da Capua a Roma.

Nel Medioevo: servi, prigionieri e mercati

Con la crisi dell’impero, nelle campagne europee la schiavitù vera e propria lascia spazio alla servitù della gleba: il contadino non è proprietà di un padrone, ma è legato alla terra e non può andarsene. Una differenza importante, anche se la vita quotidiana poteva somigliarsi molto.

La compravendita di esseri umani però non sparisce affatto. Venezia e Genova commerciavano schiavi provenienti dal mar Nero, dalle colonie come Caffa, in Crimea; nelle case di Firenze e Genova del Quattrocento lavoravano schiave “tartare” e circasse. Il mondo islamico importava schiavi dall’Africa subsahariana e dall’Europa orientale, e i corsari barbareschi catturarono per secoli marinai e abitanti delle coste italiane.

La tratta atlantica

Il salto di scala arriva con la conquista delle Americhe e il colonialismo europeo. Le piantagioni di zucchero, tabacco e poi cotone avevano bisogno di braccia, e le popolazioni native erano state decimate da guerre e malattie. Dal Cinquecento all’Ottocento circa 12 milioni e mezzo di africani furono imbarcati sulle navi negriere, secondo il database Slave Voyages; quasi due milioni morirono durante la traversata, il cosiddetto “passaggio di mezzo”.

Si parla spesso di commercio triangolare: le navi partivano da Liverpool, Nantes o Lisbona cariche di stoffe, armi e alcol; in Africa li scambiavano con prigionieri forniti da regni e mercanti locali; attraversavano l’Atlantico e tornavano in Europa con zucchero e caffè. Il Portogallo e poi l’Inghilterra furono le potenze più coinvolte. Il Brasile da solo ricevette circa quattro africani deportati su dieci.

Come si arrivò all’abolizione

Il movimento abolizionista nasce nel Settecento, tra quaccheri inglesi e americani, illuministi e ex schiavi che raccontano la loro storia, come Olaudah Equiano. La spinta più forte però viene dagli schiavi stessi. Nel 1791 scoppia la rivolta di Saint-Domingue, la più ricca colonia francese: guidata da Toussaint Louverture, si conclude nel 1804 con la nascita di Haiti, la prima repubblica fondata da ex schiavi (vedi la rivoluzione haitiana).

Le tappe successive sono lente e disordinate. La Gran Bretagna vieta la tratta nel 1807 e la schiavitù nelle colonie nel 1833. La Francia la abolisce nel 1794, Napoleone la ripristina nel 1802, e la cancellazione definitiva arriva nel 1848. Negli Stati Uniti serve una guerra: la guerra di secessione, il proclama di Lincoln del 1863 e il Tredicesimo emendamento del 1865 (approfondito nella pagina sull’abolizione della schiavitù negli Stati Uniti). L’ultimo paese delle Americhe è il Brasile, con la Lei Áurea del 13 maggio 1888.

La schiavitù esiste ancora?

Legalmente no, in nessun paese: l’ultimo ad abolirla formalmente è stata la Mauritania, nel 1981. Ma le forme moderne di schiavitù esistono. Secondo le stime pubblicate nel 2022 dall’Organizzazione internazionale del lavoro insieme a Walk Free e all’OIM, circa 50 milioni di persone vivevano nel 2021 in lavoro forzato o in matrimoni forzati. Si parla di servitù per debiti, sfruttamento nei campi e nei cantieri, tratta a scopo sessuale. Anche in Italia: il caporalato nelle campagne è una delle facce di questo fenomeno.

Domande frequenti

Quando è stata abolita la schiavitù in Italia? Negli Stati italiani preunitari era ormai marginale; il codice penale e i trattati internazionali sottoscritti dall’Italia la vietano, e oggi la riduzione in schiavitù è punita dall’articolo 600 del codice penale.

Gli africani venivano catturati dagli europei? In parte, ma per lo più i prigionieri venivano venduti agli europei sulla costa da regni africani e mercanti locali. È un aspetto scomodo, ma serve a capire quanto la tratta fosse un sistema economico intrecciato a tre continenti.

Fonti per approfondire

Il database Slave Voyages sulla tratta transatlantica; il rapporto Global Estimates of Modern Slavery (ILO, Walk Free, OIM, 2022).

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