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La costa swahili e l’Oceano Indiano

Un percorso tematico per collegare luoghi, società, idee e trasformazioni storiche attraverso le schede dell’archivio.

La costa swahili è la lunga striscia di terra e di isole dell’Africa orientale che va più o meno dalla Somalia meridionale al Mozambico. Per secoli le sue città, come Kilwa, Mombasa, Lamu e Zanzibar, furono porti di un grande sistema di scambi che univa l’Africa all’Arabia, alla Persia, all’India e perfino alla Cina. Non erano colonie straniere: erano città africane, musulmane e aperte al mare. In questa scheda della sezione storia globale dell’Africa proviamo a capire come funzionava questo mondo e come cambiò con l’arrivo degli europei.

Una civiltà africana e marittima

La parola swahili viene dall’arabo sawāḥil, “coste”. La lingua swahili, però, è una lingua bantu, cioè africana, che nel tempo ha preso molte parole dall’arabo, dal persiano e più tardi dal portoghese e dall’inglese. Oggi è parlata da decine di milioni di persone in Africa orientale.

Per molto tempo gli europei pensarono che queste città fossero state fondate da mercanti arabi o persiani. Le ricerche archeologiche hanno mostrato una storia diversa: villaggi africani di pescatori, agricoltori e lavoratori del ferro si trasformarono gradualmente in centri commerciali, soprattutto dopo il Mille. Uno studio sul DNA antico pubblicato nel 2023 su Nature ha confermato il quadro: gli abitanti medievali della costa avevano antenati in gran parte africani, a cui si aggiunsero, a partire da circa il 1000 d.C., apporti dall’Asia sudoccidentale, soprattutto persiani. Le tradizioni locali, del resto, raccontano di sultani giunti da Shiraz.

L’islam si diffuse lungo la costa attraverso i commerci, come avvenne in altre parti del mondo dopo l’espansione islamica. Moschee in pietra e corallo, tombe monumentali e case dei mercanti sono ancora visibili in diversi siti.

Il ritmo dei monsoni

Il segreto di questo commercio era il vento. Nell’Oceano Indiano i monsoni cambiano direzione con le stagioni: per alcuni mesi soffiano verso l’Africa, per altri verso l’India e l’Arabia. I mercanti partivano con un vento e tornavano con l’altro, e spesso aspettavano mesi nei porti: per questo nelle città si mescolavano lingue, merci e famiglie.

Dall’Africa partivano oro, avorio, legname di mangrovia, gusci di tartaruga e anche schiavi. Arrivavano tessuti indiani, perle di vetro, porcellane cinesi, che gli archeologi trovano ancora negli scavi. L’oro veniva dall’interno, dalla regione dell’altopiano dello Zimbabwe, e arrivava al porto di Sofala; da lì Kilwa ne controllava il commercio. Il legame con il Grande Zimbabwe è uno dei temi più studiati.

Kilwa e Ibn Battuta

Fra il Duecento e il Quattrocento Kilwa, su un’isola dell’attuale Tanzania, fu la città più potente della costa. I suoi sultani batterono moneta e costruirono la Grande Moschea e il palazzo di Husuni Kubwa. Nel 1331 vi arrivò il viaggiatore marocchino Ibn Battuta, che la descrisse come una delle città più belle e meglio costruite che avesse visto. Le rovine di Kilwa Kisiwani e Songo Mnara sono patrimonio UNESCO dal 1981.

All’inizio del Quattrocento arrivarono anche le grandi flotte cinesi dell’ammiraglio Zheng He, che toccarono la costa dell’Africa orientale, come racconta la scheda sulle esplorazioni di Zheng He. Negli stessi anni un’ambasceria di Malindi portò alla corte Ming una giraffa, accolta con grande stupore.

I portoghesi e poi l’Oman

Nel 1498 Vasco da Gama, doppiato il Capo di Buona Speranza, risalì la costa. A Mombasa fu accolto con ostilità, a Malindi trovò un sovrano alleato e un pilota esperto che lo guidò fino all’India. Pochi anni dopo i portoghesi tornarono con la forza: nel 1505 saccheggiarono Kilwa e Mombasa e cercarono di controllare il commercio con dazi e fortezze. A Mombasa, alla fine del Cinquecento, costruirono Forte Gesù.

Il loro dominio non fu mai completo. Alla fine del Seicento gli arabi dell’Oman, chiamati in aiuto da città della costa, cacciarono i portoghesi a nord di Capo Delgado: Forte Gesù cadde nel 1698. Nell’Ottocento il sultano dell’Oman Said bin Sultan spostò la sua capitale a Zanzibar, che divenne il centro di piantagioni di chiodi di garofano e di un grande commercio di schiavi verso l’Arabia e le isole dell’oceano, diverso ma non meno crudele della tratta atlantica. Alla fine del secolo la costa passò sotto il controllo britannico e tedesco.

In breve

La costa swahili fu un mondo di città africane e musulmane, legate all’Oceano Indiano dal ritmo dei monsoni. Kilwa, Mombasa, Malindi e Zanzibar commerciavano oro, avorio e schiavi in cambio di tessuti e porcellane. L’arrivo dei portoghesi nel 1498 portò violenza e fortezze, ma non cancellò questo sistema, che passò poi sotto l’influenza dell’Oman e, alla fine dell’Ottocento, delle potenze coloniali europee. Un’altra storia di commerci e regni africani è quella di Ghana, Mali e Songhai.

Fonti per approfondire

  • Treccani, Dizionario di Storia, voce “Swahili”
  • E. Brielle et al., “Entwined African and Asian genetic roots of medieval peoples of the Swahili coast”, Nature, 2023
  • UNESCO, World Heritage List: “Ruins of Kilwa Kisiwani and Ruins of Songo Mnara” (1981) e “Fort Jesus, Mombasa” (2011)
  • Ibn Battuta, I viaggi, Einaudi

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