Monumenti e memoria storica: commemorazione, spazio e conflitti

Un percorso tematico per collegare luoghi, società, idee e trasformazioni storiche attraverso le schede dell’archivio.

Arte

Un monumento, dice l’etimologia, è qualcosa che “fa ricordare”: viene dal latino monere, ammonire, richiamare alla mente. Ma ricordare che cosa, e per conto di chi? Ogni statua in una piazza è una scelta. Qualcuno ha deciso quale persona o quale evento meritasse di stare lì, nel bronzo o nel marmo, per sempre. E quel “per sempre” dura meno di quanto pensassero i committenti. In questa pagina guardiamo ai monumenti non solo come opere d’arte, ma come documenti della memoria pubblica: di come le società raccontano a sé stesse il proprio passato.

Roma: la pietra al servizio del potere

Gli imperatori romani erano maestri in questo. L’Ara Pacis, dedicata nel 9 a.C., celebra la pace portata da Augusto dopo decenni di guerre civili, con la famiglia imperiale in processione scolpita sui lati. La colonna Traiana, del 113 d.C., racconta in una spirale di duecento metri le campagne contro i Daci: legionari che costruiscono ponti, re nemici che si arrendono. Era propaganda, e funzionava.

A volte un monumento sopravvive per un equivoco. La statua equestre in bronzo di Marco Aurelio, oggi ai Musei Capitolini, non fu fusa nel Medioevo come quasi tutti i bronzi pagani perché si credeva raffigurasse Costantino, il primo imperatore cristiano. Per approfondire il contesto c’è la pagina sull’antica Roma.

L’Ottocento: monumenti per fare la nazione

Dopo l’unificazione italiana lo Stato aveva un problema: gli italiani non si sentivano tali. I monumenti diventano uno strumento per costruire una memoria comune. In pochi decenni ogni città ha la sua piazza Garibaldi con il generale a cavallo, il suo Vittorio Emanuele II, il suo Mazzini pensoso.

Il simbolo più grande è il Vittoriano, a Roma, dedicato al primo re d’Italia. Per costruirlo fu demolito un pezzo di quartiere medievale ai piedi del Campidoglio. Inaugurato nel 1911, nel cinquantenario dell’Unità, fu completato solo nel 1935. I romani lo hanno soprannominato “la macchina da scrivere” o “la torta nuziale”, e non sempre con affetto.

La Grande guerra e i caduti

La prima guerra mondiale cambia il modo di ricordare. Seicentomila soldati italiani morti, molti senza una tomba. Quasi ogni comune, anche il più piccolo, erige un monumento ai caduti con i nomi incisi uno per uno: è il primo grande monumento “democratico”, dedicato a contadini e operai e non a re o generali.

Nel 1921 una madre friulana, Maria Bergamas, che aveva perso il figlio in guerra senza ritrovarne il corpo, sceglie ad Aquileia una bara tra undici salme di soldati non identificati. Il treno che la porta a Roma attraversa l’Italia tra folle in ginocchio; il 4 novembre 1921 il Milite Ignoto viene sepolto proprio nel Vittoriano, che da allora si chiama anche Altare della Patria.

Anche il fascismo usò molto i monumenti. A Bolzano, nel 1928, fu inaugurato un Monumento alla Vittoria pensato per affermare l’italianità di una terra di lingua tedesca. Per decenni è stato un nodo di tensione; dal 2014 nella sua cripta c’è un percorso espositivo che ne racconta la storia, un esempio di come si può spiegare un monumento scomodo invece di abbatterlo.

Quando i monumenti cadono

La storia di un monumento non finisce all’inaugurazione. Spesso finisce con una gru. Dopo il 1989, con la caduta del muro di Berlino, in tutta l’Europa orientale le statue di Lenin e di Stalin vengono abbattute o portate in parchi-museo, come il Memento Park di Budapest. Il 9 aprile 2003 la televisione mostra in tutto il mondo l’abbattimento della statua di Saddam Hussein in piazza Firdos, a Baghdad.

Altre volte è la sensibilità che cambia. Il 7 giugno 2020, durante le proteste antirazziste, a Bristol la statua del mercante di schiavi Edward Colston viene gettata nel porto. In Italia si discute della statua di Indro Montanelli a Milano, per il suo matrimonio in Etiopia con una ragazzina di dodici anni. Rimuovere, conservare, aggiungere una targa che spieghi? Non c’è una risposta unica, ed è proprio questo il punto interessante.

Monumenti senza piedistallo

Negli ultimi decenni sono nati modi nuovi di ricordare. Il Memoriale per gli ebrei assassinati d’Europa, a Berlino, inaugurato nel 2005, è un campo di 2.711 blocchi di cemento grigio, senza nomi né statue: camminandoci in mezzo ci si sente spaesati. Le pietre d’inciampo dell’artista tedesco Gunter Demnig sono piccoli cubetti di ottone incastrati nel marciapiede davanti alle case delle vittime della deportazione, con nome e data. In Italia le prime sono state posate a Roma nel 2010. Non si alzano verso il cielo: costringono ad abbassare lo sguardo.

Domande frequenti

Qual è la differenza tra monumento e memoriale? Il monumento celebra spesso una persona o una vittoria; il memoriale ricorda soprattutto vittime e tragedie, e invita alla riflessione più che all’orgoglio.

Perché si discute della rimozione delle statue? Perché un monumento rappresenta i valori di chi l’ha costruito, che possono non essere più condivisi. Il dibattito riguarda il modo di raccontare il passato, non la possibilità di cancellarlo.

Altre arti nella storia: la scultura.

Fonti per approfondire

Il sito ufficiale del progetto Stolpersteine di Gunter Demnig.

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