Eventi · Età antica
L’assassinio di Giulio Cesare avvenne il 15 marzo del 44 avanti Cristo, le Idi di marzo, a Roma, durante una seduta del Senato nella Curia di Pompeo, presso il Campo Marzio. Un gruppo di circa sessanta senatori, guidati da Marco Giunio Bruto e Gaio Cassio Longino, lo colpì con ventitré pugnalate. Volevano salvare la Repubblica dalla dittatura di un solo uomo. Ottennero l’effetto opposto: tredici anni di guerre civili e, alla fine, l’impero di Augusto.
È uno degli omicidi più famosi della storia. E uno dei meglio documentati dell’antichità, anche se i racconti che leggiamo sono stati scritti da autori nati molto dopo.
Cesare dittatore: un potere senza precedenti
Dopo la conquista della Gallia, raccontata nella scheda sulla conquista romana della Gallia, e la vittoria nella guerra civile contro Pompeo e i suoi sostenitori, Cesare è padrone di Roma. Accumula cariche e onori come nessuno prima: console più volte, dittatore prima per dieci anni, poi, all’inizio del 44 a.C., dittatore a vita, dictator perpetuo. Ricordate che il dittatore, nella Repubblica, doveva restare in carica al massimo sei mesi.
Il Senato gli concede di sedere su un seggio d’oro, di portare sempre la corona d’alloro, di far mettere la propria immagine sulle monete, cosa mai concessa a un romano vivente. Il mese della sua nascita, Quintile, viene ribattezzato Iulius: il nostro luglio. Riforma il calendario, introducendo l’anno di 365 giorni con un bisestile ogni quattro: lo usiamo ancora, con una piccola correzione del 1582.
Cesare governa bene, sotto molti aspetti. Perdona molti avversari, la sua famosa clementia, fonda colonie per i veterani e i poveri, progetta grandi opere. Ma decide tutto lui. Il Senato, allargato a 900 membri pieni di suoi fedeli, è ridotto a ratificare.
Il sospetto di voler diventare re
A Roma la parola rex era odiosa da quasi cinque secoli, dalla cacciata di Tarquinio il Superbo, come racconta la scheda sulla monarchia romana. E nei primi mesi del 44 a.C. si moltiplicano i segnali inquietanti. Qualcuno mette un diadema, il simbolo dei re ellenistici, sulla sua statua. Alcuni lo salutano come re; lui risponde, con una battuta, “non sono Re, sono Cesare”, giocando sul fatto che Rex era anche un cognome romano.
Il 15 febbraio, alla festa dei Lupercali, il console Marco Antonio gli offre per tre volte un diadema davanti alla folla. Cesare lo rifiuta tre volte, tra gli applausi. Era una prova per vedere la reazione del popolo? Un modo per mostrare che non voleva la corona? Gli storici ne discutono ancora. Intanto si diceva che stesse per partire per una grande spedizione contro i Parti, e che un oracolo avesse stabilito che solo un re li avrebbe potuti vincere.
La congiura: Bruto, Cassio e gli altri
I congiurati erano un gruppo vario. C’erano ex pompeiani perdonati da Cesare, ma anche suoi vecchi ufficiali, come Decimo Bruto, che aveva combattuto con lui in Gallia. Li univano motivi diversi: ideali repubblicani, orgoglio ferito, ambizioni frustrate.
Il più importante era Marco Giunio Bruto, un uomo di quarant’anni con fama di onestà e di filosofo. Cesare lo aveva perdonato dopo la guerra civile, lo aveva fatto pretore, e forse gli voleva bene come a un figlio: la madre di Bruto, Servilia, era stata a lungo l’amante di Cesare. Bruto diceva di discendere da quel Lucio Giunio Bruto che aveva cacciato l’ultimo re. Sulla sua statua qualcuno scriveva: “Se fossi vivo!”. Il vero organizzatore, però, era Cassio, più duro e più pratico.
Le Idi di marzo del 44 a.C.
Le fonti raccontano molti presagi. L’indovino Spurinna aveva avvertito Cesare di guardarsi da un pericolo che non sarebbe andato oltre le Idi di marzo. La notte prima, la moglie Calpurnia sognò di tenerlo morto tra le braccia, e la mattina lo pregò di non uscire. Cesare esitò. Fu proprio Decimo Bruto a convincerlo ad andare in Senato.
Lungo la strada incontrò Spurinna e gli disse, scherzando: “Le Idi di marzo sono arrivate”. L’indovino rispose: “Sì, sono arrivate, ma non sono passate”. Qualcuno gli consegnò un biglietto che rivelava la congiura; Cesare lo tenne in mano senza leggerlo.
La seduta si teneva nella Curia di Pompeo, perché quella del Foro era in ricostruzione. Marco Antonio, il fedelissimo, fu trattenuto fuori con una scusa. Appena Cesare si sedette, un congiurato, Tillio Cimbro, gli si avvicinò come per chiedergli una grazia e gli tirò giù la toga dalle spalle. Era il segnale. Casca lo colpì per primo, al collo. Poi tutti gli altri, così confusamente che si ferirono anche tra loro. Cesare si difese, finché vide Bruto tra gli assalitori; allora, secondo Svetonio, si coprì il volto con la toga e cadde ai piedi della statua di Pompeo.
“Anche tu, Bruto?”
La frase che tutti conoscono, “Tu quoque, Brute, fili mi”, “anche tu, Bruto, figlio mio”, non si trova in nessuna fonte antica in questa forma. Svetonio riferisce che, secondo alcuni, Cesare disse in greco “kai su, teknon”, “anche tu, figlio?”, ma aggiunge subito che altri sostenevano che fosse morto senza dire una parola. La versione latina si è diffusa molto più tardi; la versione più famosa di tutte, “Et tu, Brute?”, la dobbiamo a Shakespeare. Il medico Antistio, che esaminò il corpo, stabilì che delle ventitré ferite solo una era mortale, la seconda, al petto.
Dopo l’assassinio: la Repubblica non torna
I congiurati uscirono gridando “libertà”, convinti che il popolo li avrebbe acclamati. Non accadde. La città rimase sgomenta e silenziosa. Pochi giorni dopo, ai funerali, Marco Antonio lesse il testamento di Cesare, che lasciava a ogni cittadino trecento sesterzi e i suoi giardini al popolo, e mostrò la toga insanguinata. La folla si scatenò, bruciò il corpo nel Foro e diede la caccia ai congiurati. Bruto e Cassio dovettero fuggire in Oriente.
Nel testamento c’era anche una sorpresa: Cesare adottava il pronipote diciottenne, Gaio Ottavio, che prese il nome di Gaio Giulio Cesare Ottaviano. Insieme ad Antonio, Ottaviano sconfisse i cesaricidi a Filippi, in Grecia, nel 42 a.C.: Bruto e Cassio si tolsero la vita. Poi i due vincitori si scontrarono tra loro, fino alla battaglia di Azio nel 31 a.C. La storia di questi anni è nella scheda sulle guerre civili romane; la vita del dittatore in quella su Giulio Cesare. Il percorso completo è nell’indice per la prima.
Il luogo del delitto, per inciso, si può vedere ancora oggi: è nell’area sacra di Largo di Torre Argentina, a Roma, dove vive una colonia di gatti.
Fonti per approfondire
La voce “Cesaricidio” di Wikipedia ricostruisce congiura, svolgimento e conseguenze. Le fonti antiche principali sono Svetonio, Vita di Cesare, capitoli 76-89, e Plutarco, Vita di Cesare e Vita di Bruto.