La guerra civile russa si combatté tra il 1917 e il 1922 sulle rovine dell’Impero russo. Da una parte c’erano i Rossi, i bolscevichi saliti al potere con la Rivoluzione d’Ottobre; dall’altra un fronte molto eterogeneo di avversari, i Bianchi. Ma ridurla a un duello sarebbe sbagliato. Combatterono anche contadini ribelli, anarchici, movimenti nazionali e truppe straniere. Alla fine i Rossi vinsero, e da quella vittoria nacque l’Unione Sovietica.
Perché scoppiò la guerra civile in Russia
Nell’ottobre 1917 i bolscevichi presero Pietrogrado quasi senza combattere. Tenere il paese era un’altra cosa. A novembre si votò per l’Assemblea costituente e il partito più votato furono i socialisti rivoluzionari, non i bolscevichi: quando l’assemblea si riunì, nel gennaio 1918, Lenin la fece sciogliere dopo un solo giorno. Per molti oppositori fu il segnale che la via politica era chiusa.
Poi arrivò la pace di Brest-Litovsk, firmata con la Germania il 3 marzo 1918. Per uscire dalla Prima guerra mondiale la Russia rinunciava a Polonia, paesi baltici, Finlandia e Ucraina. Gli ufficiali dell’esercito zarista la vissero come un tradimento, e gli Alleati occidentali come un abbandono.
La scintilla venne da soldati stranieri. Nel maggio 1918 la Legione cecoslovacca, formata da ex prigionieri di guerra che dovevano raggiungere Vladivostok per tornare a combattere in Francia, si ribellò lungo la Transiberiana. In poche settimane controllava città importanti tra il Volga e la Siberia. Al loro riparo nacquero governi antibolscevichi.
Chi erano i Rossi e chi erano i Bianchi
I Rossi avevano un centro solido: Mosca e Pietrogrado, le industrie, i depositi di armi del vecchio esercito e soprattutto le ferrovie, che partivano a raggiera dal cuore del paese. Lev Trockij, commissario alla guerra dal marzo 1918, costruì l’Armata Rossa quasi da zero. Fece una scelta che scandalizzò molti compagni di partito: arruolò migliaia di ex ufficiali zaristi, affiancati da commissari politici che ne controllavano la lealtà. Lui girava i fronti su un treno blindato.
I Bianchi erano un insieme, non un esercito. Nel Sud c’era l’Armata volontaria, guidata prima da Kornilov e poi da Anton Denikin. In Siberia l’ammiraglio Aleksandr Kolčak si proclamò “governante supremo” a Omsk nel novembre 1918. Nel Nord-Ovest il generale Nikolaj Judenič minacciava Pietrogrado. Monarchici, liberali e alcuni socialisti stavano tutti, in teoria, dalla stessa parte, ma non avevano un programma comune. E i loro eserciti erano separati da migliaia di chilometri.
Le fasi della guerra: il 1919 e la svolta
Il 1919 fu l’anno decisivo. In primavera Kolčak avanzò dagli Urali verso il Volga, poi fu respinto. In estate toccò a Denikin: partito dal Don e dal Kuban, in ottobre prese Orël, a meno di 400 chilometri da Mosca. Nello stesso mese Judenič arrivò alle porte di Pietrogrado. Per qualche settimana il regime sembrò perduto.
Non cadde. I Rossi spostarono truppe per ferrovia da un fronte all’altro, cosa che i Bianchi non potevano fare, e contrattaccarono. Entro la fine dell’anno tutte e tre le offensive erano fallite. Kolčak fu fucilato a Irkutsk nel febbraio 1920. L’ultimo esercito bianco, quello del barone Pëtr Vrangel’ in Crimea, fu evacuato via mare nel novembre 1920.
Nel frattempo si combatteva anche contro la Polonia. La guerra polacco-sovietica, con l’Armata Rossa fermata davanti a Varsavia nell’agosto 1920, si chiuse con la pace di Riga nel marzo 1921. In Estremo Oriente gli scontri durarono di più: Vladivostok fu presa dai Rossi solo nell’ottobre 1922.
L’intervento straniero
Gran Bretagna, Francia, Stati Uniti e Giappone mandarono truppe in Russia, a partire dal 1918. Gli inglesi sbarcarono a Murmansk e Arcangelo, i francesi a Odessa, i giapponesi e gli americani a Vladivostok. Lo scopo dichiarato era proteggere i depositi alleati e tenere aperto un fronte contro la Germania; dopo l’armistizio del novembre 1918 diventò confuso.
L’aiuto ai Bianchi fu reale, soprattutto in armi. Ma i contingenti erano piccoli e quasi tutti si ritirarono nel 1919-1920; i giapponesi restarono fino al 1922. Per la propaganda bolscevica, però, l’intervento fu un regalo: permise di presentare la guerra come difesa della patria contro gli stranieri.
Terrore rosso, terrore bianco e comunismo di guerra
Fu una guerra feroce con i civili. Nel dicembre 1917 era nata la Čeka, la polizia politica diretta da Feliks Dzeržinskij. Dopo l’attentato a Lenin dell’agosto 1918, il governo proclamò ufficialmente il “terrore rosso”: ostaggi, fucilazioni sommarie, i primi campi di concentramento. Nel luglio dello stesso anno lo zar Nicola II era stato ucciso a Ekaterinburg insieme a tutta la famiglia.
Anche i Bianchi usarono la violenza in modo sistematico. In Ucraina le loro truppe, insieme a bande di varia origine, compirono pogrom in cui furono uccisi decine di migliaia di ebrei.
Per nutrire esercito e città i bolscevichi introdussero il comunismo di guerra: nazionalizzazioni, lavoro obbligatorio e, dal 1919, la requisizione forzata del grano ai contadini. Le campagne risposero con rivolte. Nell’Ucraina meridionale l’anarchico Nestor Machno combatté prima contro i Bianchi, poi contro i Rossi. Nella regione di Tambov, nel 1920-1921, la rivolta guidata da Aleksandr Antonov fu repressa da decine di migliaia di soldati guidati da Michail Tuchačevskij.
Come finì e quali conseguenze ebbe
Il colpo più duro venne dall’interno. Nel marzo 1921 si ribellarono i marinai della base navale di Kronštadt, che nel 1917 erano stati tra i più fedeli alla rivoluzione. Chiedevano soviet liberamente eletti. Furono schiacciati, ma Lenin capì il messaggio: nello stesso mese il X congresso del partito abolì le requisizioni e avviò la NEP, che restituiva un po’ di mercato ai contadini.
Il bilancio fu enorme. Tra combattimenti, epidemie di tifo e la terribile carestia del Volga del 1921-1922, gli storici stimano diversi milioni di morti, con cifre che variano molto a seconda dei calcoli. Circa un milione di persone, forse di più, lasciò il paese: l’emigrazione bianca finì a Parigi, Berlino, Harbin.
Perché vinsero i Rossi? Controllavano il centro e le ferrovie. Avevano un comando unico, mentre i Bianchi litigavano tra loro. E i contadini, pur odiando le requisizioni, temevano ancora di più che una vittoria bianca riportasse i vecchi proprietari terrieri.
La guerra lasciò il segno sul nuovo Stato. Il partito ne uscì abituato a governare con l’emergenza, la polizia politica e la disciplina militare. Anche Stalin, che nel 1918 aveva diretto la difesa di Caricyn, si formò in quel clima. Il 30 dicembre 1922 nacque ufficialmente l’Unione Sovietica.
Fonti e bibliografia per approfondire
- Encyclopaedia Britannica, voce “Russian Civil War”
- Evan Mawdsley, The Russian Civil War, Birlinn, 2008 (prima ed. 1987)
- Orlando Figes, La tragedia di un popolo. La rivoluzione russa 1891-1924, Corbaccio, 1997
- Andrea Graziosi, L’URSS di Lenin e Stalin. Storia dell’Unione Sovietica 1914-1945, il Mulino, 2007