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Guerre dell’oppio

Le guerre dell’oppio furono due conflitti combattuti dalla Cina della dinastia Qing contro la Gran Bretagna, la prima tra il 1839 e il 1842, la seconda tra il 1856 e il 1860 con anche la Francia. La causa immediata fu il commercio di una droga, l’oppio, che i mercanti britannici vendevano illegalmente ai cinesi. Le conseguenze andarono molto oltre: la Cina fu costretta ad aprirsi agli stranieri con una serie di trattati che i cinesi chiamano ancora oggi “ineguali”.

Il tè, l’argento e l’oppio

Nel Settecento in Gran Bretagna il tè era diventato la bevanda nazionale, e arrivava quasi tutto dalla Cina. Il problema era che i cinesi non volevano quasi nulla in cambio. L’imperatore Qianlong lo scrisse al re Giorgio III nel 1793: la Cina possedeva già tutto. Il commercio con gli europei era limitato a un solo porto, Canton, e passava per un gruppo ristretto di mercanti autorizzati. I britannici pagavano in argento, e l’argento usciva dall’Inghilterra.

La soluzione trovata fu l’oppio. La Compagnia delle Indie orientali lo faceva coltivare nel Bengala e lo vendeva all’asta a mercanti privati, che lo portavano di contrabbando sulle coste cinesi. L’oppio era vietato in Cina, ma la domanda cresceva. Negli anni Trenta dell’Ottocento ne entravano decine di migliaia di casse all’anno, e il flusso dell’argento si invertì: ora era la Cina a perderne.

Lin Zexu e la distruzione dell’oppio

L’imperatore Daoguang decise di intervenire. Nel 1839 mandò a Canton un funzionario integerrimo, Lin Zexu. Lin assediò i magazzini stranieri e costrinse i mercanti a consegnare l’oppio: oltre ventimila casse. Poi lo fece mescolare con calce e sale e gettare in mare. Scrisse anche una lettera alla regina Vittoria per chiederle come potesse permettere ai suoi sudditi di vendere ad altri ciò che in Inghilterra era vietato. La lettera, a quanto sappiamo, non arrivò mai a destinazione.

A Londra il governo decise di mandare una spedizione militare. Non tutti erano d’accordo: in Parlamento il giovane William Gladstone parlò di una guerra ingiusta, destinata a coprire il paese di vergogna. La mozione contro la guerra fu però respinta.

La prima guerra dell’oppio (1839-1842)

Lo scontro fu impari. La flotta britannica aveva navi a vapore come la Nemesis, con scafo in ferro, capaci di risalire i fiumi controcorrente, e artiglierie molto superiori. Le giunche e i forti costieri cinesi non potevano resistere. Nel 1842 i britannici risalirono lo Yangzi, tagliarono il Gran Canale, la via d’acqua che portava il riso a Pechino, e arrivarono davanti a Nanchino.

Il trattato di Nanchino, firmato nell’agosto 1842, fu il primo dei trattati ineguali. La Cina cedeva l’isola di Hong Kong, apriva cinque porti al commercio straniero, tra cui Shanghai, e pagava un forte indennizzo. Un accordo successivo concesse ai britannici l’extraterritorialità: in Cina sarebbero stati giudicati dai loro tribunali, non da quelli cinesi. Di oppio il trattato non parlava affatto. Poco dopo Stati Uniti e Francia ottennero privilegi simili.

La seconda guerra dell’oppio (1856-1860)

Le potenze occidentali volevano di più: altri porti, ambasciatori a Pechino, libertà per i missionari, la legalizzazione dell’oppio. Nel 1856 il pretesto fu il sequestro della Arrow, una nave cinese registrata a Hong Kong, da parte delle autorità di Canton. La Francia si unì alla Gran Bretagna, citando l’esecuzione di un missionario francese.

Gli anglo-francesi presero Canton e, nel 1858, imposero i trattati di Tientsin. Quando la Cina tentò di non applicarli, la guerra riprese. Nel 1860 un esercito anglo-francese marciò su Pechino. L’imperatore fuggì. Per rappresaglia contro la tortura e l’uccisione di alcuni prigionieri occidentali, lord Elgin ordinò di incendiare lo Yuanmingyuan, il Palazzo d’estate, un immenso complesso di palazzi e giardini. Prima fu saccheggiato. Molti degli oggetti rubati si trovano ancora oggi in musei e collezioni europee.

Con la convenzione di Pechino del 1860 la Cina aprì altri porti, accettò le ambasciate straniere nella capitale, cedette ai britannici la penisola di Kowloon, di fronte a Hong Kong, e legalizzò di fatto il commercio dell’oppio. Nello stesso anno l’Impero russo, senza combattere, ottenne una vasta regione sul Pacifico, dove fondò Vladivostok.

Le conseguenze per la Cina

Le guerre dell’oppio coincisero con una crisi interna gravissima. Tra il 1850 e il 1864 la rivolta dei Taiping, guidata da un uomo che si credeva fratello minore di Gesù, causò decine di milioni di morti. La dinastia Qing sopravvisse, ma indebolita, e per il resto del secolo le potenze straniere si ritagliarono porti, concessioni e sfere d’influenza. Era la Cina dell’imperialismo.

Nella memoria cinese le guerre dell’oppio aprono il “secolo dell’umiliazione”, che finisce nel 1949 con la vittoria dei comunisti di Mao Zedong. È uno dei temi su cui la Repubblica Popolare Cinese costruisce ancora il suo racconto nazionale. Hong Kong tornò alla Cina solo nel 1997.

Per la Gran Bretagna, invece, furono uno dei capitoli dell’espansione commerciale del Regno Unito vittoriano: un impero che predicava il libero commercio e lo imponeva, quando serviva, con le cannoniere.

Fonti e bibliografia per approfondire

  • Encyclopaedia Britannica, voce “Opium Wars”
  • Julia Lovell, The Opium War: Drugs, Dreams and the Making of China, Picador, 2011
  • Stephen R. Platt, Imperial Twilight: The Opium War and the End of China’s Last Golden Age, Knopf, 2018
  • Jonathan D. Spence, The Search for Modern China, W. W. Norton, 1990

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