Ottocento · Risorgimento italiano
Il 17 marzo 1861 il Parlamento riunito a Torino proclamò Vittorio Emanuele II re d’Italia. Nasceva così il Regno d’Italia, risultato di guerre, diplomazia, insurrezioni, plebisciti e annessioni. L’unificazione non era però completa: Veneto e Roma erano ancora esclusi e il nuovo Stato doveva affrontare differenze economiche, amministrative e sociali molto profonde.
Dalle annessioni al Parlamento
Tra il 1859 e il 1861 il Regno di Sardegna incorporò Lombardia, Toscana, Emilia, Romagna, Marche, Umbria, Sicilia e gran parte del Mezzogiorno. Le annessioni furono sancite da plebisciti e dall’azione dell’esercito piemontese e dei volontari di Garibaldi. La rapidità del processo non deve far dimenticare che ogni territorio aveva istituzioni, economie e rapporti sociali diversi.
Il Parlamento nazionale si riunì a Torino, capitale provvisoria. Il 17 marzo approvò la legge che attribuiva a Vittorio Emanuele II il titolo di re d’Italia “per grazia di Dio e volontà della nazione”. La formula univa tradizione monarchica e legittimazione nazionale.
Uno Stato costruito dall’alto
Il nuovo Regno estese a gran parte della penisola le leggi e l’amministrazione piemontesi. Questo metodo, spesso definito “piemontesizzazione”, consentiva rapidità e uniformità, ma lasciava poco spazio alle autonomie locali. Codici, prefetti, tasse e servizio militare furono introdotti in aree con esperienze storiche differenti.
Il sistema elettorale era censitario: solo una piccola minoranza di uomini adulti poteva votare. L’Italia unita non era quindi una democrazia di massa. La distanza fra istituzioni centrali e popolazione, specialmente nelle campagne, avrebbe alimentato incomprensioni e conflitti.
Le questioni aperte
Nel 1861 mancavano ancora Veneto e Roma. Inoltre il Mezzogiorno attraversò una fase di grave violenza e instabilità, definita dalle autorità “brigantaggio”. Vi confluirono criminalità, resistenza al nuovo Stato, conflitti sociali, diserzioni e ostilità verso tasse e coscrizione. Ridurre tutto a una sola causa sarebbe fuorviante.
Il Regno doveva affrontare debito pubblico, infrastrutture insufficienti, analfabetismo e forti disparità regionali. L’unità politica non produsse immediatamente un’unità economica, linguistica o culturale.
Cavour e i protagonisti
Cavour fu il primo presidente del Consiglio del Regno d’Italia, ma morì nel giugno 1861. Mazzini rimase critico verso la monarchia e Garibaldi continuò a rivendicare Roma. Vittorio Emanuele II rappresentava la continuità della dinastia sabauda. Nessuno di questi protagonisti, da solo, spiega l’unità: il processo dipese anche da funzionari, militari, volontari, popolazioni locali e contesto internazionale.
La memoria nazionale ha spesso privilegiato immagini semplici e concilianti. Un approccio storico deve invece ricordare i diversi progetti politici e i costi sociali dell’unificazione.
Il significato del 1861
La proclamazione del Regno d’Italia fu un passaggio fondamentale: per la prima volta gran parte della penisola fu unita in uno Stato nazionale. Essa diede avvio a una nuova fase, non a una conclusione definitiva. Il completamento territoriale avvenne negli anni successivi e l’integrazione delle popolazioni richiese decenni.
Studiare il 1861 permette di distinguere tra nascita di uno Stato e costruzione di una nazione. Entrambi i processi sono storici, complessi e segnati da partecipazione, conflitto e negoziazione.