Giuseppe Garibaldi (1807-1882) fu il più popolare protagonista del Risorgimento. Marinaio, rivoluzionario e comandante di volontari, combatté in Sud America e in Europa, tanto da essere chiamato l’”eroe dei due mondi”. Il suo nome è legato soprattutto alla spedizione dei Mille del 1860, con cui conquistò il Regno delle Due Sicilie e lo consegnò a Vittorio Emanuele II, rendendo possibile la nascita del Regno d’Italia nel 1861.
Da Nizza al mare
Garibaldi nacque il 4 luglio 1807 a Nizza, che allora faceva parte del Regno di Sardegna. La famiglia viveva di commerci marittimi e lui si imbarcò giovanissimo: a vent’anni aveva già navigato nel Mediterraneo e nel Mar Nero, e diventò capitano. Durante un viaggio conobbe esuli che gli parlarono delle idee di Mazzini. Nel 1833 entrò nella Giovine Italia; l’anno dopo partecipò a un tentativo di insurrezione a Genova che fallì subito. Riuscì a fuggire, ma fu condannato a morte in contumacia.
Dodici anni in Sud America
Nel 1836 arrivò in Brasile. Combatté per la repubblica ribelle del Rio Grande do Sul, che voleva staccarsi dall’Impero brasiliano, e lì incontrò Ana Maria Ribeiro da Silva, Anita, che divenne sua moglie e lo seguì in battaglia. Poi si spostò in Uruguay, dove guidò la Legione italiana nella guerra civile di Montevideo. È in questi anni che nascono due elementi del mito: le camicie rosse, che secondo la tradizione venivano da una partita di stoffa destinata ai macellai, e la fama di guerrigliero imprendibile. I giornali europei cominciarono a raccontarne le imprese.
Il 1849: la difesa di Roma e la morte di Anita
Tornato in Italia nel 1848, combatté con i volontari in Lombardia. L’anno dopo fu tra i difensori della Repubblica romana guidata da Giuseppe Mazzini. Per settimane, tra il Gianicolo e Villa Pamphili, resistette all’esercito francese venuto a riportare il papa. Quando la città cadde, ai primi di luglio, uscì da Roma con alcune migliaia di uomini cercando di raggiungere Venezia, ancora in rivolta. La colonna fu inseguita e dispersa. Anita, incinta e malata, morì nell’agosto 1849 nelle paludi vicino a Ravenna. Garibaldi tornò esule: lavorò per un periodo a New York, poi riprese a navigare.
Caprera e la guerra del 1859
A metà degli anni Cinquanta comprò parte dell’isola di Caprera, vicino alla Sardegna, dove si costruì una casa e fece l’agricoltore. Intanto il suo rapporto con la politica cambiava: si avvicinò alla monarchia sabauda, convinto che solo il Piemonte potesse fare l’Italia. Nella seconda delle guerre d’indipendenza, nel 1859, guidò i Cacciatori delle Alpi contro gli austriaci in Lombardia. Ma l’anno seguente Cavour cedette Nizza alla Francia: Garibaldi non glielo perdonò mai: la sua città natale passava a uno Stato straniero.
La spedizione dei Mille, giorno per giorno
Nella notte tra il 5 e il 6 maggio 1860 poco più di mille volontari partirono da Quarto, vicino a Genova, su due piroscafi. Erano soprattutto giovani del Nord, studenti, artigiani, professionisti. L’11 maggio sbarcarono a Marsala. Il 15 maggio vinsero a Calatafimi una battaglia difficile; alla fine del mese entrarono a Palermo dopo tre giorni di combattimenti per le strade. Molti siciliani si unirono a loro, sperando anche nella fine dei privilegi dei grandi proprietari. Dopo la vittoria di Milazzo, Garibaldi passò lo stretto e il 7 settembre entrò a Napoli quasi senza combattere: il re Francesco II si era ritirato a Gaeta. A ottobre i garibaldini fermarono l’esercito borbonico sul Volturno. La storia completa è raccontata nella scheda sulla spedizione dei Mille.
Teano e il “Saluto al re”
Intanto l’esercito piemontese era sceso attraverso lo Stato pontificio. Il 26 ottobre 1860, nei pressi di Teano, Garibaldi incontrò Vittorio Emanuele II e lo salutò come re d’Italia. Con i plebisciti il Mezzogiorno fu annesso. Garibaldi rifiutò onori e ricompense e tornò a Caprera con un sacco di sementi, secondo il racconto diventato famoso. Molti dei suoi volontari, però, furono congedati in fretta, e lui se ne amareggiò.
Aspromonte, “Obbedisco”, Mentana
Restava Roma. Nel 1862 Garibaldi risalì la Calabria con i volontari al grido di “Roma o morte”, ma il governo italiano, che non voleva un conflitto con la Francia, mandò l’esercito: sull’Aspromonte fu ferito a una gamba e arrestato. Nel 1866, nella terza guerra d’indipendenza, vinse a Bezzecca, in Trentino, ma ricevette l’ordine di ritirarsi per l’armistizio. Rispose con un telegramma di una parola: “Obbedisco”. Nel 1867 tentò ancora di prendere Roma e fu sconfitto a Mentana dalle truppe pontificie e francesi. Roma divenne italiana solo nel 1870, senza di lui.
Gli ultimi anni
Nel 1870-1871, a più di sessant’anni, combatté per la Francia repubblicana contro la Prussia, al comando dell’Armata dei Vosgi. Fu deputato al Parlamento italiano, sostenne il suffragio universale e scrisse romanzi e le Memorie. Morì a Caprera il 2 giugno 1882.
Mito e storia
Garibaldi divenne famoso in vita come nessun altro italiano del suo tempo: ritratti, canzoni e biografie popolari lo trasformarono in un eroe romantico. La storica Lucy Riall ha mostrato come questo mito sia stato costruito anche consapevolmente, da lui stesso e dai suoi sostenitori. Per orientarsi tra date e protagonisti è utile anche la scheda su Cavour, il suo grande e difficile interlocutore.
Fonti e bibliografia per approfondire
- Giuseppe Garibaldi, Memorie
- Treccani, Dizionario Biografico degli Italiani, voce “Garibaldi, Giuseppe” (vol. 52, 1999)
- Alfonso Scirocco, Garibaldi. Battaglie, amori, ideali di un cittadino del mondo, Laterza, 2001
- Lucy Riall, Garibaldi. L’invenzione di un eroe, Laterza, 2007