Dwight David Eisenhower (1890-1969), chiamato da tutti “Ike”, fu il generale americano che comandò le forze alleate nello sbarco in Normandia del 6 giugno 1944 e poi il trentaquattresimo presidente degli Stati Uniti, dal 1953 al 1961. Due carriere in una: la prima lo portò a guidare la più grande operazione anfibia della storia, la seconda lo mise alla Casa Bianca negli anni più tesi della guerra fredda. Era un militare che diffidava della guerra, e lo disse chiaramente nel suo ultimo discorso da presidente.
Dal Kansas a West Point
Eisenhower nacque il 14 ottobre 1890 a Denison, in Texas, ma crebbe ad Abilene, in Kansas, in una famiglia modesta e molto religiosa con sette figli maschi. Entrò all’accademia militare di West Point e si diplomò nel 1915, in un corso che avrebbe prodotto decine di generali.
Durante la prima guerra mondiale chiese più volte di essere mandato in Europa, ma restò negli Stati Uniti ad addestrare i reparti di carri armati. Nei vent’anni seguenti fece una carriera da ufficiale di stato maggiore, poco visibile ma preziosa: tra il 1935 e il 1939 lavorò nelle Filippine come assistente del generale Douglas MacArthur. Imparò a organizzare, a mediare, a far collaborare persone che non si sopportavano. Sarebbe stata la sua dote principale.
Il comandante supremo degli Alleati
Quando gli Stati Uniti entrarono nella seconda guerra mondiale, la sua ascesa fu velocissima. Nel novembre 1942 guidò lo sbarco anglo-americano in Nord Africa; nel 1943 le operazioni in Sicilia e nell’Italia meridionale. Alla fine di quell’anno Roosevelt lo nominò comandante supremo delle forze alleate per l’invasione dell’Europa occidentale.
Il compito non era solo militare. Doveva tenere insieme generali britannici e americani orgogliosi e litigiosi, come Montgomery e Patton, e trattare con Churchill e con de Gaulle. Lo faceva con pazienza e con un sorriso che divenne famoso.
Il 6 giugno 1944: lo sbarco in Normandia
Lo sbarco in Normandia era previsto per il 5 giugno. Il tempo era pessimo, e Eisenhower lo rinviò di ventiquattro ore. La sera del 5, dopo aver ascoltato i meteorologi, diede l’ordine definitivo. Andò poi a salutare i paracadutisti in partenza, sapendo che molti non sarebbero tornati.
C’è un foglietto che racconta bene l’uomo. Prima dell’operazione Eisenhower scrisse a mano un breve comunicato da usare in caso di fallimento: lo sbarco non era riuscito, le truppe erano state ritirate, e la colpa, se colpa c’era, era soltanto sua. Non servì mai. Lo tenne in tasca e oggi è conservato tra le sue carte.
Nell’aprile 1945, entrando in Germania, visitò il campo di concentramento di Ohrdruf. Ordinò che giornalisti, politici e soldati vedessero e documentassero ciò che era successo, perché nessuno potesse dire in futuro che erano solo voci.
Dalla NATO alla Casa Bianca
Dopo la guerra fu capo di stato maggiore dell’esercito e poi rettore della Columbia University. Nel 1951 divenne il primo comandante supremo delle forze della NATO in Europa. Entrambi i partiti lo corteggiavano. Scelse i repubblicani e nel 1952 vinse le elezioni presidenziali con lo slogan “I like Ike”. Il vicepresidente era un giovane senatore della California, Richard Nixon. Nel 1956 fu rieletto.
La presidenza tra Corea e guerra fredda
Il primo impegno fu chiudere la guerra di Corea: l’armistizio fu firmato nel luglio 1953. Poi Eisenhower impostò una strategia che puntava sulla deterrenza nucleare, meno costosa di un grande esercito convenzionale. Nel 1954 spiegò in una conferenza stampa la cosiddetta “teoria del domino”: se un Paese del Sud-est asiatico fosse caduto sotto il comunismo, gli altri lo avrebbero seguito, come tessere in fila. È un’idea che peserà a lungo sulla politica americana in Vietnam.
Nel 1956, durante la crisi di Suez, si oppose all’intervento di Gran Bretagna, Francia e Israele contro l’Egitto e li costrinse a ritirarsi. Nel 1957 il lancio dello Sputnik sovietico colse di sorpresa il Paese; l’anno dopo nacque la NASA. Nel maggio 1960 un aereo spia americano U-2 fu abbattuto sopra l’URSS, e il vertice con Chruščëv saltò.
Autostrade e diritti civili
In politica interna lasciò un segno concreto. La legge del 1956 sulle autostrade avviò la rete interstatale che ancora oggi attraversa gli Stati Uniti: da giovane ufficiale, nel 1919, Eisenhower aveva partecipato a un convoglio militare che aveva impiegato quasi due mesi per attraversare il continente su strade disastrose.
Sui diritti civili fu più prudente. Ma nel 1957, quando il governatore dell’Arkansas impedì a nove studenti neri di entrare nel liceo di Little Rock, nonostante una sentenza della Corte suprema contro la segregazione scolastica, Eisenhower mandò i paracadutisti della 101ª divisione aviotrasportata a scortarli in classe.
Il discorso d’addio e il “complesso militare-industriale”
Il 17 gennaio 1961, tre giorni prima di lasciare la presidenza a John F. Kennedy, Eisenhower parlò alla nazione in televisione. Mise in guardia contro l’influenza eccessiva di un “complesso militare-industriale”, l’intreccio tra forze armate e industria degli armamenti. Detto da un generale a cinque stelle, quell’avvertimento colpì molto.
Morì a Washington il 28 marzo 1969. A lungo considerato un presidente tranquillo, quasi passivo, è stato rivalutato dagli storici quando si sono aperti i suoi archivi: dietro l’aria bonaria c’era un politico attento che preferiva lavorare senza farsi vedere.
Fonti e bibliografia per approfondire
- Enciclopedia Treccani online, voce dedicata a Dwight David Eisenhower
- Encyclopaedia Britannica, voce “Dwight D. Eisenhower”
- Stephen E. Ambrose, Eisenhower, 2 voll., Simon & Schuster, 1983-1984
- Jean Edward Smith, Eisenhower in War and Peace, Random House, 2012