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Platone

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Platone (428/427-348/347 a.C.) fu il filosofo ateniese, allievo di Socrate e maestro di Aristotele, che fondò l’Accademia e scrisse i dialoghi su cui si è costruita gran parte della filosofia occidentale. Teoria delle idee, mito della caverna, Stato governato dai filosofi: sono concetti che ancora oggi si studiano al liceo. È anche il primo pensatore antico di cui ci siano arrivate, a quanto sappiamo, tutte le opere. Per capire perché scrivesse così, bisogna partire da un processo: quello contro il suo maestro.

Un giovane aristocratico nell’Atene in crisi

Platone nacque ad Atene, o forse a Egina, intorno al 428 a.C., in una famiglia nobile. Secondo Diogene Laerzio si chiamava in realtà Aristocle, e “Platone” sarebbe un soprannome legato alle spalle larghe o alla fronte ampia. Crebbe durante la guerra del Peloponneso, mentre la democrazia ateniese attraversava sconfitte, colpi di Stato e vendette.

Due suoi parenti, Crizia e Carmide, fecero parte del governo dei Trenta Tiranni, imposto da Sparta nel 404. Il giovane, che pensava a una carriera politica, ne rimase disgustato. Poi la democrazia restaurata fece qualcosa di ancora peggiore, ai suoi occhi.

La morte di Socrate, la svolta di una vita

Platone frequentava da anni Socrate, il filosofo che girava per le piazze facendo domande scomode. Nel 399 a.C. Socrate fu processato per empietà e corruzione dei giovani, condannato a morte e costretto a bere la cicuta. Platone, che aveva circa trent’anni, ricostruì il processo nell’Apologia e gli ultimi giorni del maestro nel Critone e nel Fedone.

Da quel momento la domanda di fondo non lo abbandonò più: come può una città giusta condannare l’uomo più giusto? Nella Lettera VII, la cui autenticità è discussa, Platone racconta di aver concluso che i mali degli uomini sarebbero finiti solo quando i filosofi fossero arrivati al potere, o i potenti fossero diventati filosofi.

I viaggi a Siracusa e il sogno del re filosofo

Dopo la morte di Socrate viaggiò a lungo: a Megara, forse in Egitto, poi nella Magna Grecia, dove conobbe a Taranto il pitagorico Archita. Intorno al 388 arrivò a Siracusa, alla corte del tiranno Dionisio I. L’incontro andò male. Secondo un racconto antico, Platone fu imbarcato e venduto come schiavo a Egina, finché un conoscente pagò il riscatto.

Tornò in Sicilia altre due volte, nel 367 e nel 361, chiamato dall’amico Dione, che sperava di trasformare il giovane Dionisio II in un sovrano filosofo. Fu un fallimento. È una storia che vale la pena ricordare quando si legge la Repubblica: Platone non scriveva di politica da lontano, ci aveva provato davvero.

L’Accademia: la prima scuola di filosofia

Intorno al 387 a.C. Platone fondò ad Atene una scuola in un boschetto dedicato all’eroe Academo. Da qui il nome Accademia, che usiamo ancora oggi. Lì si studiavano matematica, astronomia, politica e dialettica. Una tradizione tarda dice che all’ingresso fosse scritto “non entri chi non conosce la geometria”. Tra gli allievi ci fu, per vent’anni, Aristotele.

I dialoghi di Platone: perché scriveva in forma di conversazione

Platone non scrisse trattati. Scrisse dialoghi, quasi sempre con Socrate come protagonista, in cui i personaggi discutono, si contraddicono, a volte finiscono senza una risposta. Ne restano circa trentacinque, più alcune lettere. Tra i più letti ci sono il Simposio, sull’amore, il Fedro, la Repubblica, il Timeo, sulla nascita del cosmo, e le Leggi, l’ultima opera, rimasta incompiuta. Nel Timeo e nel Crizia compare anche il racconto di Atlantide, l’isola sprofondata nel mare.

La teoria delle idee e il mito della caverna

Al centro del suo pensiero c’è la teoria delle idee. Le cose che vediamo cambiano e si corrompono; ma esistono modelli perfetti ed eterni, le idee, che si possono conoscere solo con la ragione. Una mela, un triangolo disegnato alla lavagna, un’azione giusta sono copie imperfette della mela, del triangolo, della giustizia “in sé”.

Per spiegarlo Platone usa un’immagine nel libro VII della Repubblica. Alcuni prigionieri sono incatenati in fondo a una caverna e vedono sulla parete solo ombre proiettate da oggetti che passano alle loro spalle. Credono che quelle ombre siano la realtà. Se uno di loro venisse liberato e portato fuori, alla luce del sole, all’inizio resterebbe accecato; poi capirebbe. E se tornasse dentro a raccontarlo, gli altri lo deriderebbero, forse lo ucciderebbero. Il riferimento a Socrate è trasparente.

La Repubblica e lo Stato ideale

Nella Repubblica Platone immagina una città divisa in tre gruppi: i produttori, i guardiani che la difendono e i governanti, scelti tra i filosofi dopo una lunga educazione. Ognuno fa ciò per cui è più adatto, e in questo consiste la giustizia. Per i guardiani propone perfino di abolire la proprietà privata e la famiglia. Non è un ritratto di una città reale, anche se qualche tratto ricorda Sparta. È un modello con cui misurare quelle esistenti, e una critica dura alla democrazia, accusata di affidare le decisioni a chi sa parlare, non a chi sa.

L’eredità di Platone

Platone morì ad Atene nel 348 o 347 a.C., a circa ottant’anni. L’Accademia gli sopravvisse per secoli. Il suo pensiero passò a Plotino e ai neoplatonici, influenzò i Padri della Chiesa, tornò di moda nella Firenze del Quattrocento con Marsilio Ficino. Nella Scuola di Atene di Raffaello, in Vaticano, Platone indica il cielo e Aristotele tende la mano verso la terra: due modi di cercare la verità, in un solo gesto. Il filosofo inglese Alfred North Whitehead arrivò a scrivere che la filosofia europea è una serie di note a margine di Platone.

Fonti e bibliografia per approfondire

  • Platone, Apologia di Socrate, Repubblica, Lettera VII
  • Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, libro III
  • Enciclopedia Treccani online, voce “Platone”
  • Encyclopaedia Britannica, voce “Plato”
  • Mario Vegetti, Quindici lezioni su Platone, Einaudi, 2003

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