Vita quotidiana
La storia del matrimonio è una di quelle che sorprendono di più in classe. Gli studenti danno per scontato che ci si sposi per amore, davanti a un sindaco o a un prete, scegliendo da soli con chi. Per gran parte della storia non è andata così. Il matrimonio era un accordo tra famiglie, un passaggio di beni, a volte un’alleanza politica; l’amore, se c’era, arrivava dopo. O non arrivava affatto.
Seguirne le trasformazioni, dalla Babilonia di Hammurabi alla legge italiana sulle unioni civili del 2016, è un modo concreto per capire come cambiano la famiglia, la condizione della donna e il rapporto tra Stato e Chiesa.
Nel mondo antico: un contratto tra famiglie
Il codice di Hammurabi, inciso intorno al 1750 a.C., dedica decine di articoli al matrimonio: la dote, il prezzo pagato alla famiglia della sposa, i casi di ripudio, la sorte dei figli. Già qui si capisce il punto. Sposarsi significava spostare persone e ricchezze da una casa all’altra, e la legge serviva a evitare liti.
A Roma le ragazze potevano sposarsi dai 12 anni, i ragazzi dai 14. Le forme erano diverse: la solenne confarreatio, riservata ai patrizi, con una focaccia di farro spezzata davanti al sacerdote di Giove; la coemptio, una specie di vendita simbolica; l’usus, la semplice convivenza per un anno. Col tempo si diffuse il matrimonio sine manu, in cui la moglie restava legata alla famiglia d’origine e conservava i suoi beni. Divorziare era piuttosto facile, almeno nelle famiglie ricche: Cicerone lo fece due volte.
Augusto, preoccupato per il calo delle nascite nelle classi alte, varò nel 18 a.C. una legge che penalizzava i celibi e premiava chi aveva figli. Il matrimonio, insomma, era anche una questione di Stato.
Che cosa cambia con il cristianesimo
Con la diffusione del cristianesimo il matrimonio diventa a poco a poco un sacramento, cioè un legame sacro e indissolubile. Nel Medioevo la Chiesa afferma un principio che per l’epoca era quasi rivoluzionario: a fare il matrimonio è il consenso dei due sposi. Non quello dei padri.
Nella pratica, certo, i genitori continuavano a combinare le nozze, e tra nobili il fidanzamento di bambini di pochi anni era normale. Ma quel principio aprì una crepa. Bastava che due giovani si dicessero “ti prendo per moglie” e “ti prendo per marito”, anche senza testimoni, perché il matrimonio fosse valido. Ne nacquero i matrimoni clandestini, fonte infinita di cause e di drammi. Il quarto Concilio Lateranense, nel 1215, impose le pubblicazioni, l’annuncio pubblico delle nozze, proprio per frenare questi abusi.
Il Concilio di Trento e i “Promessi sposi”
La svolta arriva nel 1563, con il decreto Tametsi del Concilio di Trento. Da quel momento, per i cattolici, un matrimonio è valido solo se celebrato davanti al parroco e a due testimoni. Nascono anche i registri parrocchiali, che oggi sono una miniera per gli storici delle famiglie.
Chi ha letto Manzoni ricorda bene la scena: don Abbondio che si rifiuta di celebrare le nozze, Renzo e Lucia che tentano il “matrimonio a sorpresa”, piombando in casa del curato con due testimoni per pronunciare la formula. Era un trucco possibile proprio grazie alle regole tridentine. Il romanzo è ambientato nel 1628, e quel dettaglio è storicamente preciso.
Il matrimonio civile e lo Stato moderno
Con la Rivoluzione francese lo Stato si prende il matrimonio. Nel 1792 la Francia introduce il matrimonio civile e il divorzio, e il Codice napoleonico del 1804 li porta in mezza Europa. Il marito, però, resta il capo indiscusso della famiglia.
In Italia il matrimonio civile diventa obbligatorio con il codice civile del 1865: per lo Stato contava solo quello celebrato in municipio, e molte coppie si sposavano due volte, in chiesa e in comune. Con i Patti Lateranensi del 1929 Mussolini concede alla Chiesa il cosiddetto matrimonio concordatario, valido anche per lo Stato. È la formula che usiamo ancora oggi quando ci si sposa in chiesa.
Il Novecento italiano: divorzio, parità, nuovi diritti
Fino agli anni Sessanta il codice italiano conteneva norme che oggi ci sembrano incredibili: il marito poteva “correggere” la moglie, l’adulterio era reato solo per lei, e chi violentava una ragazza poteva cancellare il reato sposandola, il cosiddetto matrimonio riparatore. Nel 1966 una diciassettenne siciliana, Franca Viola, rifiutò di sposare l’uomo che l’aveva rapita e lo portò in tribunale. Il caso fece epoca; l’articolo sul matrimonio riparatore fu abrogato però solo nel 1981.
Nel 1970 la legge Fortuna-Baslini introduce il divorzio. I cattolici più intransigenti chiedono un referendum per abrogarla: il 12 maggio 1974 quasi il 60% degli italiani vota per tenerla. L’anno dopo la riforma del diritto di famiglia (legge 151 del 1975) cancella la figura del capofamiglia, abolisce la dote e stabilisce la parità tra i coniugi, come chiedeva da trent’anni l’articolo 29 della Costituzione. Dietro c’è anche la spinta del movimento femminista.
L’ultima tappa, per ora, è la legge Cirinnà del 2016 sulle unioni civili tra persone dello stesso sesso.
Domande frequenti sul matrimonio nella storia
Ci si sposava per amore nel passato? Raramente, almeno nei ceti che hanno lasciato documenti. L’idea del matrimonio d’amore come regola si afferma tra Settecento e Ottocento, prima nella borghesia.
A che età ci si sposava? Dipende molto. Nella Roma antica le ragazze anche a 12-14 anni; nell’Europa del Seicento, al contrario, l’età media delle donne al primo matrimonio era spesso sui 24-26 anni, perché bisognava prima mettere da parte una dote.
Da quando esiste il divorzio in Italia? Dal 1970, confermato dal referendum del 1974.
Il tema si lega da vicino alla storia della famiglia e a quella della condizione femminile.
Fonti per approfondire
Voce Matrimonio civile. Evoluzione nel Diritto on line Treccani; scheda del Mulino 19 maggio 1975: la riforma del diritto di famiglia.