Il nazionalismo è l’idea che ogni nazione, cioè un popolo che si riconosce in una lingua, una cultura e una storia comuni, debba avere un proprio Stato e che la fedeltà alla nazione venga prima di altre appartenenze. Detta così sembra un’idea antica e naturale. In realtà, nella forma che conosciamo, è nata fra la fine del Settecento e l’Ottocento, e ha avuto conseguenze opposte: ha dato forza ai movimenti di liberazione, ma ha anche alimentato guerre e persecuzioni. Seguirne la storia aiuta a capire molti capitoli del mondo contemporaneo.
Che cos’è una nazione?
Prima di parlare di nazionalismo bisogna chiedersi che cosa sia una nazione. Ci sono due grandi risposte, che si sono confrontate per tutto l’Ottocento. Per la prima la nazione è un dato oggettivo: la stessa lingua, le stesse origini, la stessa terra. Il filosofo tedesco Herder, alla fine del Settecento, parlava di uno “spirito del popolo” che si esprime nella lingua e nelle tradizioni.
Per la seconda la nazione è soprattutto una scelta. Lo scrittore francese Ernest Renan, in una conferenza del 1882, la definì “un plebiscito di tutti i giorni”: una comunità che vuole continuare a vivere insieme e ricorda un passato comune. Non è una differenza da poco. Se la nazione è sangue e lingua, chi è diverso ne resta fuori; se è volontà, può includere persone di origini diverse.
Dalla Rivoluzione francese al Risorgimento
La svolta arriva con la Rivoluzione francese. La sovranità non appartiene più al re ma alla nazione, cioè ai cittadini. I soldati della Repubblica combattono per la patria, non per un sovrano. Le guerre napoleoniche, poi, diffondono queste idee in tutta Europa e, per reazione, risvegliano i sentimenti nazionali dei popoli occupati: in Germania Fichte pronuncia nel 1807-1808 i Discorsi alla nazione tedesca.
Il Congresso di Vienna nel 1815 ridisegnò l’Europa senza tenere conto delle nazioni. Per questo nella prima metà dell’Ottocento il nazionalismo si legò spesso al liberalismo e alle idee democratiche. In Italia Giuseppe Mazzini fondò nel 1831 la Giovine Italia, con l’obiettivo di un’Italia unita, libera e repubblicana, e immaginava una fratellanza tra le nazioni europee. Il percorso che portò all’unità nel 1861 è raccontato nella pagina sul Risorgimento italiano. Il Quarantotto, con le sue rivoluzioni in tutta Europa, fu chiamato “primavera dei popoli”.
Dal patriottismo al nazionalismo aggressivo
Nella seconda metà dell’Ottocento qualcosa cambiò. Dopo l’unificazione tedesca del 1871, il nazionalismo divenne sempre più spesso l’ideologia degli Stati già formati, usata per giustificare la potenza militare, la conquista di colonie e la superiorità del proprio popolo sugli altri. Si diffusero idee razziste che si presentavano come scientifiche. Proprio in quegli anni la parola “nazionalismo” cominciò a indicare movimenti politici di destra, autoritari e ostili alle minoranze.
Le tensioni nazionali, soprattutto nei Balcani e nell’Impero austro-ungarico, furono tra le cause della Prima guerra mondiale. Alla fine della guerra il presidente statunitense Wilson sostenne il principio di autodeterminazione dei popoli. Nacquero nuovi Stati, ma i confini non coincisero mai del tutto con le nazioni, e le minoranze divennero un problema costante.
Il Novecento: estremi e liberazioni
Il fascismo e il nazismo portarono il nazionalismo all’estremo, unendolo al culto dello Stato, alla guerra e, nel caso della Germania nazista, a un razzismo che culminò nello sterminio degli ebrei. Dopo il 1945 l’Europa occidentale cercò di superare i nazionalismi con l’integrazione europea.
Nello stesso periodo, però, il nazionalismo fu anche la bandiera dei popoli colonizzati. Nella decolonizzazione di Asia e Africa i movimenti nazionali chiesero l’indipendenza in nome dello stesso principio che gli europei avevano proclamato per sé. Alla fine del secolo, con la dissoluzione della Jugoslavia, l’Europa rivide guerre e pulizie etniche combattute in nome della nazione, come racconta la pagina sulle guerre jugoslave.
Come lo studiano gli storici
Negli anni Ottanta alcuni studiosi hanno cambiato il modo di guardare al tema. Ernest Gellner ha legato la nascita delle nazioni alla società industriale e alla scuola di massa. Benedict Anderson ha parlato di “comunità immaginate”: nessuno conosce tutti i membri della propria nazione, eppure si sente legato a loro, anche grazie a giornali e libri stampati nella stessa lingua. Eric Hobsbawm ha mostrato quante tradizioni “antiche” fossero in realtà state inventate di recente. L’idea comune è che le nazioni non siano eterne: si costruiscono nel tempo.
In breve
Il nazionalismo nasce con la Rivoluzione francese e si sviluppa nell’Ottocento, prima come movimento di liberazione legato alle idee liberali, come nel Risorgimento, poi come ideologia di potenza e di esclusione. Ha contribuito alle guerre mondiali e ai regimi totalitari, ma anche alla decolonizzazione. Per una definizione rapida si può vedere la voce del glossario sul nazionalismo.
Fonti per approfondire
- Treccani, Dizionario di Storia, voce “Nazionalismo”
- Benedict Anderson, Comunità immaginate. Origini e fortuna dei nazionalismi, manifestolibri (ed. orig. 1983)
- Eric J. Hobsbawm, Nazioni e nazionalismi dal 1780, Einaudi
- Ernest Gellner, Nazioni e nazionalismo, Editori Riuniti (ed. orig. 1983)