Le guerre jugoslave sono i conflitti che accompagnarono la dissoluzione della Jugoslavia socialista tra il 1991 e il 2001. Si combatterono in Slovenia, in Croazia, in Bosnia-Erzegovina, in Kosovo e, alla fine, in Macedonia. Furono le guerre più sanguinose in Europa dalla Seconda guerra mondiale: circa 130.000-140.000 morti secondo le stime più citate, milioni di profughi, e la ricomparsa di parole che si speravano dimenticate, come “pulizia etnica” e genocidio. Accaddero a poche ore di distanza dall’Italia.
La Jugoslavia di Tito e la sua crisi
La Jugoslavia nata dopo il 1945 era una federazione di sei repubbliche (Slovenia, Croazia, Bosnia-Erzegovina, Serbia, Montenegro, Macedonia) e due province autonome serbe, Vojvodina e Kosovo. La teneva unita il partito comunista e soprattutto il maresciallo Tito, che aveva guidato la resistenza contro i nazisti e poi rotto con Stalin, restando fuori dai due blocchi della guerra fredda.
Tito morì nel 1980. Negli anni seguenti la crisi economica, con debito e inflazione altissimi, indebolì il governo federale. I dirigenti delle repubbliche cominciarono a cercare consenso con il nazionalismo. In Serbia Slobodan Milošević costruì la sua ascesa sulla difesa dei serbi del Kosovo e tolse alla provincia la sua autonomia nel 1989. Dopo la caduta del Muro di Berlino, le prime elezioni libere del 1990 portarono al potere partiti nazionalisti in quasi tutte le repubbliche.
Va detto subito: non fu l’esplosione inevitabile di “odi antichi” tra popoli. Serbi, croati e musulmani avevano vissuto per decenni negli stessi villaggi e si erano sposati tra loro. Furono scelte politiche precise, e responsabilità individuali, a portare alla guerra.
Slovenia e Croazia (1991-1995)
Il 25 giugno 1991 Slovenia e Croazia proclamarono l’indipendenza. In Slovenia l’esercito federale combatté solo dieci giorni, poi si ritirò. In Croazia fu diverso. Lì viveva una forte minoranza serba che, con l’appoggio di Belgrado e dell’esercito federale, prese il controllo di circa un terzo del paese.
Nell’autunno 1991 la città di Vukovar, sul Danubio, fu assediata e quasi rasa al suolo. Quando cadde, a novembre, circa duecento prigionieri prelevati dall’ospedale furono uccisi. Anche Dubrovnik, città patrimonio dell’UNESCO, fu bombardata. Nel gennaio 1992 la Comunità europea riconobbe la Croazia. La guerra terminò nell’agosto 1995 con l’offensiva croata “Tempesta”, che riprese la Krajina: circa 200.000 serbi fuggirono.
La guerra in Bosnia e l’assedio di Sarajevo
La Bosnia-Erzegovina era la repubblica più mista: musulmani bosniaci, serbi e croati vivevano mescolati. Quando proclamò l’indipendenza, nella primavera 1992, i serbi di Bosnia guidati da Radovan Karadžić, con l’appoggio di Belgrado, scatenarono la guerra per creare un territorio serbo omogeneo. Interi villaggi furono svuotati con uccisioni, campi di prigionia e stupri di massa. Era la pulizia etnica.
Sarajevo restò assediata dall’aprile 1992 al febbraio 1996, il più lungo assedio di una capitale nella storia moderna. Gli abitanti vivevano sotto il tiro dei cecchini e delle granate; per attraversare certi incroci bisognava correre. Morirono in città oltre diecimila persone. Nel 1993, durante la guerra tra croati e musulmani in Erzegovina, fu distrutto dall’artiglieria croata il ponte vecchio di Mostar.
I caschi blu delle Nazioni Unite erano presenti, ma con mandati deboli. Nel luglio 1995, a Srebrenica, una “zona protetta” dell’ONU, le forze serbo-bosniache del generale Ratko Mladić uccisero oltre ottomila uomini e ragazzi musulmani. Il tribunale internazionale dell’Aia e la Corte internazionale di giustizia lo hanno qualificato come genocidio.
L’intervento della NATO e gli accordi di Dayton
Dopo Srebrenica e un nuovo massacro al mercato di Sarajevo, la NATO bombardò le posizioni serbo-bosniache. Insieme alle offensive croate e bosniache, i bombardamenti portarono al tavolo delle trattative. Nel novembre 1995, nella base aerea di Dayton, negli Stati Uniti, si raggiunse l’accordo di pace, firmato a Parigi a dicembre. La Bosnia restava un solo Stato, ma diviso in due entità, una croato-musulmana e una serba. In Bosnia i morti furono circa centomila.
Il Kosovo (1998-1999)
L’ultimo grande conflitto scoppiò in Kosovo, dove la maggioranza albanese aveva resistito per anni in modo nonviolento alla perdita dell’autonomia. Dal 1998 l’Esercito di liberazione del Kosovo e le forze serbe si combatterono apertamente. Dopo il fallimento dei negoziati, il 24 marzo 1999 la NATO cominciò a bombardare la Serbia, senza un mandato del Consiglio di sicurezza. Molti aerei partivano dalle basi italiane, come Aviano. In quelle settimane centinaia di migliaia di albanesi furono espulsi o fuggirono dal Kosovo.
Dopo 78 giorni Belgrado accettò di ritirare le truppe. Il Kosovo passò sotto amministrazione dell’ONU e nel 2008 proclamò l’indipendenza, che la Serbia non riconosce. Nel 2001 un breve conflitto in Macedonia si chiuse con un accordo che garantiva più diritti alla minoranza albanese.
Il tribunale dell’Aia e l’eredità delle guerre
Nel 1993 l’ONU creò il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia, all’Aia. Fu il primo tribunale internazionale per crimini di guerra dai tempi di Norimberga. Milošević, consegnato nel 2001, morì in carcere nel 2006 prima della sentenza. Karadžić e Mladić furono condannati all’ergastolo per genocidio e crimini contro l’umanità.
Oggi le repubbliche ex jugoslave sono Stati indipendenti; Slovenia e Croazia fanno parte dell’Unione Europea. Ma le memorie divise pesano ancora, e la Bosnia resta uno Stato fragile.
Fonti e bibliografia per approfondire
- Encyclopaedia Britannica, voci “Yugoslavia” e “Bosnian War”
- Corte internazionale di giustizia, sentenza Bosnia-Erzegovina c. Serbia e Montenegro, 26 febbraio 2007
- Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia, sentenze sui casi Krstić, Karadžić e Mladić
- Jože Pirjevec, Le guerre jugoslave 1991-1999, Einaudi, 2001
- Laura Silber, Allan Little, The Death of Yugoslavia, Penguin-BBC Books, 1995