Ottocento · Risorgimento italiano
Giuseppe Garibaldi fu il più celebre comandante volontario del Risorgimento. Repubblicano di formazione ma disposto a collaborare con la monarchia sabauda per l’unità nazionale, guidò la spedizione dei Mille e conquistò Sicilia e Regno di Napoli nel 1860. La sua figura unisce azione militare, mito popolare e tensione tra democrazia repubblicana e unificazione monarchica.
Un patriota in esilio
Garibaldi partecipò ai movimenti mazziniani e, dopo il fallimento di un tentativo insurrezionale, trascorse anni in esilio in Sud America. Qui maturò esperienza militare in conflitti locali e imparò a guidare formazioni volontarie mobili. Quando tornò in Europa, portava con sé una reputazione di combattente e un forte legame con l’idea repubblicana.
Nel 1848–1849 combatté nelle campagne italiane e nella difesa della Repubblica romana. La sconfitta non cancellò il suo prestigio, che crebbe grazie a racconti, giornali e simboli come le camicie rosse.
La spedizione dei Mille
Nella primavera del 1860 Garibaldi partì da Quarto con circa mille volontari diretti in Sicilia, dove era scoppiata una rivolta contro i Borbone. La spedizione appariva rischiosa, ma ottenne appoggi locali e vittorie contro l’esercito borbonico. Garibaldi si proclamò dittatore della Sicilia in nome di Vittorio Emanuele II, scelta che mostrava il suo tentativo di conciliare iniziativa democratica e unità nazionale.
La campagna non fu un’avanzata semplice. Dipese da volontari, insurrezioni, disorientamento avversario e rapporti complessi con proprietari, contadini e autorità locali. La Sicilia aveva profonde tensioni sociali che non vennero risolte dall’impresa militare.
Dal Mezzogiorno a Teano
Dopo la vittoria di Milazzo e la conquista della Sicilia, Garibaldi attraversò lo stretto e avanzò verso Napoli. Il crollo del potere borbonico consentì l’occupazione della capitale, ma il futuro politico del Mezzogiorno restava aperto. Garibaldi avrebbe voluto proseguire verso Roma, allora protetta dalla Francia.
Il governo piemontese temeva uno scontro internazionale e inviò l’esercito nelle Marche e in Umbria. L’incontro di Teano, nell’ottobre 1860, fu il momento in cui Garibaldi consegnò simbolicamente le conquiste a Vittorio Emanuele II. Plebisciti sancirono l’annessione al Regno di Sardegna.
Roma e la democrazia
Garibaldi non abbandonò l’obiettivo di Roma capitale. Nel 1862 e nel 1867 tentò nuove iniziative, ma fu fermato dalle autorità italiane o sconfitto dalle forze franco-pontificie. Questi episodi mostrano la distanza tra il patriota volontario e il governo del nuovo Regno, più prudente per ragioni diplomatiche.
La sua popolarità superava i confini italiani. Garibaldi divenne un simbolo internazionale di libertà e partecipazione dei volontari, ma il mito può semplificare una realtà complessa: le campagne militari causarono violenze e non risolsero automaticamente le disuguaglianze sociali e regionali.
Eredità
Garibaldi contribuì in modo decisivo all’unificazione, ma non fu l’unico protagonista. La sua azione ebbe efficacia perché si intrecciò con diplomazia piemontese, crisi del Regno delle Due Sicilie, iniziative locali e interesse delle potenze europee. Ridurre il Risorgimento a una sola figura significa perdere questa complessità.
La sua memoria resta importante perché collega l’unità italiana alla partecipazione volontaria e al dibattito sulla democrazia. Studiare Garibaldi significa quindi distinguere tra mito patriottico, fatti militari e problemi lasciati aperti dal nuovo Stato nazionale.