Ottocento · Italia unita
La questione meridionale è il problema del ritardo economico e sociale del Sud Italia rispetto al Nord, emerso subito dopo l’Unità del 1861, e insieme il dibattito su quali ne fossero le cause e su come risolverlo. Il primo volto drammatico di questo problema fu il brigantaggio: tra il 1861 e il 1865 migliaia di uomini armati, in gran parte contadini, combatterono contro il nuovo Stato nelle campagne del Mezzogiorno, e lo Stato rispose con l’esercito. Per capire l’Italia unita bisogna partire da qui.
Che cos’è il brigantaggio post-unitario
La parola “brigante” esisteva da secoli e indicava i banditi di strada. Dopo il 1860, però, il fenomeno cambiò dimensioni. Bande anche di centinaia di uomini assaltavano paesi, bruciavano archivi comunali, uccidevano notabili liberali e soldati. Alcune agivano in nome del re borbonico Francesco II, che dall’esilio a Roma le appoggiava; altre erano soprattutto espressione della rabbia contadina.
Il capo più noto fu Carmine Crocco, contadino della Basilicata ed ex soldato borbonico, che arrivò a guidare oltre mille uomini nella zona del Vulture. Ma i protagonisti erano soprattutto anonimi: braccianti, pastori, ex soldati dell’esercito borbonico sciolto, giovani che rifiutavano la leva obbligatoria introdotta dal nuovo Stato. Tra loro c’erano anche donne, le “brigantesse”.
Le cause del brigantaggio
- La terra: i contadini speravano che la fine dei Borbone portasse la divisione delle terre demaniali. Le terre invece finirono in gran parte ai proprietari già ricchi.
- La leva: il servizio militare obbligatorio, che nel Regno delle Due Sicilie era meno pesante, toglieva braccia alle famiglie per anni.
- Le tasse e i prezzi: il nuovo sistema fiscale si fece sentire subito.
- La politica: la nostalgia borbonica e il sostegno del clero locale in alcune zone diedero alle bande una bandiera.
La repressione e la legge Pica
Lo Stato considerò il brigantaggio prima di tutto un problema di ordine pubblico. Nel Sud fu mandata una parte consistente dell’esercito italiano, decine di migliaia di soldati. Nel 1863 il Parlamento approvò la legge Pica, che sottoponeva i briganti e i loro complici ai tribunali militari nelle province dichiarate “infestate”. Si poteva essere processati anche solo per aver dato cibo o riparo a una banda.
Fu una vera guerra, con fucilazioni sommarie, paesi distrutti, come Pontelandolfo e Casalduni nel 1861, e migliaia di morti da entrambe le parti. Le cifre esatte sono ancora discusse dagli storici. Verso il 1865 il grosso del fenomeno era stato soffocato, anche se episodi isolati continuarono fino alla fine del decennio.
Una commissione parlamentare d’inchiesta, nel 1863, visitò le province colpite e riconobbe che dietro il brigantaggio c’era la miseria delle campagne. La risposta però rimase quasi solo militare: è uno dei temi su cui il giudizio sulla Destra storica è più severo.
Le cause della questione meridionale
Al momento dell’Unità molti pensavano che il ritardo del Sud dipendesse solo dal malgoverno dei Borbone, e che bastasse estendere le leggi del Piemonte per avviare lo sviluppo. Non andò così.
- L’economia di partenza: il Sud era prevalentemente agricolo, con latifondi, pochi capitali, poche strade e un analfabetismo altissimo.
- Il libero scambio: le poche manifatture nate sotto i Borbone, intorno a Napoli, non ressero la concorrenza una volta abbattute le dogane interne.
- Il fisco: il nuovo sistema fiscale pesava su un’economia che non poteva sostenerlo.
- La crisi agraria: alla fine degli anni Ottanta la guerra commerciale con la Francia, principale acquirente di vino e olio meridionali, colpì duramente l’agricoltura del Sud.
Il dibattito sulle responsabilità è ancora vivo. C’è chi sottolinea le scelte dello Stato unitario, che spostarono risorse verso il Nord; c’è chi insiste sulle condizioni già difficili del Sud prima del 1861. Gli storici di oggi tendono a tenere insieme le due cose. Va ricordato anche che il Sud non era uniforme: accanto al latifondo cerealicolo della Sicilia interna c’erano le pianure campane e pugliesi, dove l’agricoltura specializzata, vino, olio, agrumi, fece progressi importanti nei decenni dopo l’Unità.
I meridionalisti
Dagli anni Settanta dell’Ottocento nacque il meridionalismo, cioè la riflessione sistematica sui problemi del Sud. Pasquale Villari pubblicò le sue Lettere meridionali; Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino condussero nel 1876 un’inchiesta privata in Sicilia che descriveva il potere dei grandi proprietari e la mafia.
- Giustino Fortunato difese l’Unità: senza l’Italia, scriveva, il Sud sarebbe rimasto ancora più indietro.
- Francesco Saverio Nitti sostenne che fisco e politica doganale avevano trasferito capitali dal Sud al Nord, e propose l’intervento dello Stato per industrializzare il Mezzogiorno.
- Gaetano Salvemini accusò i grandi proprietari meridionali e chiese il suffragio universale, per dare voce ai contadini.
- Antonio Gramsci, nel primo dopoguerra, vide nell’alleanza tra industriali del Nord e agrari del Sud il blocco di potere da abbattere.
L’emigrazione
La risposta più diffusa alla miseria, per milioni di meridionali, fu partire. Dagli anni Ottanta dell’Ottocento cominciò una emigrazione di massa verso le Americhe: Stati Uniti, Argentina, Brasile. Interi paesi della Calabria, della Basilicata, della Sicilia si svuotarono, mentre le rimesse degli emigrati diventavano una risorsa per le famiglie rimaste. La seconda grande ondata, dopo il 1950, si diresse verso il Nord Italia e l’Europa. Nello stesso periodo lo Stato creò la Cassa per il Mezzogiorno (1950), per finanziare infrastrutture e industrie.
Questione meridionale nel programma di quarta
Si studia subito dopo l’unità d’Italia, insieme ai governi della Destra e della Sinistra, e torna in quinta con l’età giolittiana, quando arrivarono le prime leggi speciali per il Sud. Per il racconto delle annessioni del 1860 ripassa la scheda su Giuseppe Garibaldi. La posizione nel programma è nell’indice di storia per la quarta superiore.