Gaio Giulio Cesare (100-44 a.C.) fu il generale e uomo politico romano che conquistò la Gallia, vinse la guerra civile contro Pompeo e si fece nominare dittatore a vita. La sua carriera segnò la fine della repubblica romana. Fu ucciso in Senato da un gruppo di congiurati alle Idi di marzo del 44 a.C., ma il suo erede, Ottaviano, avrebbe completato quello che lui aveva cominciato, diventando il primo imperatore. Ci ha lasciato anche due opere scritte di suo pugno, e questo lo rende un caso raro: possiamo leggere come un protagonista dell’antichità raccontava se stesso.
Un patrizio povero dalla parte del popolo
Cesare nacque a Roma nel luglio del 100 a.C. nella gens Iulia, una famiglia patrizia antichissima che sosteneva di discendere da Venere, attraverso Iulo, figlio di Enea. Era nobile ma non ricca. E aveva una parentela scomoda: la zia Giulia era la moglie di Gaio Mario, il capo della fazione popolare.
Quando il dittatore Silla, avversario di Mario, gli ordinò di divorziare dalla moglie Cornelia, figlia di un altro capo popolare, il giovane Cesare rifiutò. Dovette nascondersi per un periodo, finché alcuni amici ottennero il perdono. Silla, racconta Svetonio, avrebbe commentato che in quel ragazzo c’erano molti Mario.
Rapito dai pirati
Intorno al 75 a.C., mentre navigava verso Rodi per studiare retorica, Cesare fu catturato dai pirati vicino a un’isola dell’Egeo. Plutarco racconta che i pirati chiesero venti talenti di riscatto e lui, offeso, rispose che ne valeva almeno cinquanta. Durante la prigionia scherzava con loro e prometteva che li avrebbe fatti crocifiggere. Liberato, armò alcune navi, li catturò e mantenne la promessa. L’episodio forse è stato abbellito, ma dice molto della sicurezza di sé che i contemporanei gli riconoscevano.
Il primo triumvirato e il consolato
Cesare fece carriera spendendo molto, spesso con denaro preso in prestito, per spettacoli e opere pubbliche che lo rendevano popolare. Nel 63 a.C. fu eletto pontefice massimo, la carica religiosa più alta. Nel 60 a.C. strinse un accordo privato con i due uomini più potenti di Roma, il generale Pompeo e il ricchissimo Crasso: è il cosiddetto primo triumvirato. Per rafforzare il patto, la figlia di Cesare, Giulia, sposò Pompeo. Nel 59 Cesare fu console.
La conquista della Gallia
Dopo il consolato ottenne il governo della Gallia Cisalpina e della Narbonese. Dal 58 al 50 a.C. condusse una serie di campagne che portarono sotto il controllo di Roma tutta la Gallia, cioè grosso modo l’attuale Francia, il Belgio e parte della Svizzera e della Germania. Fece costruire un ponte sul Reno in pochi giorni e sbarcò due volte in Britannia.
Nel 52 a.C. i Galli si ribellarono uniti sotto la guida di Vercingetorige. Cesare lo assediò ad Alesia: fece costruire una doppia linea di fortificazioni, una rivolta verso la città e una verso l’esterno, per difendersi dall’esercito di soccorso. Vercingetorige si arrese.
Cesare raccontò queste guerre nel De bello Gallico, scritto in terza persona, con uno stile asciutto che si studia ancora a scuola. Non è un resoconto neutrale: è il racconto di un generale che voleva convincere i Romani della propria grandezza. Le fonti antiche parlano di centinaia di migliaia di Galli uccisi o ridotti in schiavitù.
“Il dado è tratto”: il Rubicone e la guerra civile
Intanto l’accordo con Pompeo si era rotto. Giulia era morta nel 54 e Crasso nel 53, ucciso dai Parti. Il Senato, ormai vicino a Pompeo, ordinò a Cesare di lasciare l’esercito prima di tornare a Roma. Senza truppe e senza carica, sarebbe stato processato.
Nel gennaio del 49 a.C. Cesare attraversò con una legione il Rubicone, il fiumiciattolo che segnava il confine tra la sua provincia e l’Italia. Farlo con un esercito era un atto di guerra. Secondo Svetonio disse alea iacta est, “il dado è tratto”. Cominciava una delle guerre civili romane.
Pompeo fuggì in Grecia, e nel 48 a.C. Cesare lo sconfisse a Farsalo. Pompeo cercò rifugio in Egitto, dove fu ucciso. Ad Alessandria Cesare conobbe Cleopatra e la sostenne nella lotta per il trono. Nel 47, dopo una vittoria fulminea in Asia Minore, mandò a Roma un messaggio di tre parole: veni, vidi, vici.
Dittatore: le riforme e il calendario
Sconfitti gli ultimi pompeiani in Africa e in Spagna, Cesare concentrò nelle sue mani un potere mai visto. Fu nominato dittatore più volte e infine, all’inizio del 44 a.C., dittatore a vita. Fondò colonie per i veterani e per i poveri, allargò il Senato, concesse la cittadinanza a molti abitanti delle province.
La riforma più duratura è quella che usiamo ogni giorno. Il vecchio calendario romano era così sfasato rispetto alle stagioni che le feste del raccolto cadevano nel periodo sbagliato. Con l’aiuto di un astronomo di Alessandria, Cesare introdusse il calendario giuliano: 365 giorni, con un giorno in più ogni quattro anni. Il mese in cui era nato prese poi il suo nome: luglio, Iulius.
Le Idi di marzo
Per molti senatori un dittatore a vita era un re sotto un altro nome, e Roma odiava i re da cinque secoli. Una sessantina di congiurati, guidati da Marco Giunio Bruto e Gaio Cassio Longino, decise di ucciderlo. Il 15 marzo del 44 a.C., durante una seduta del Senato nella curia di Pompeo, lo circondarono e lo colpirono con i pugnali. Svetonio conta ventitré ferite. La frase “Tu quoque, Brute, fili mi” è una rielaborazione posteriore: lo stesso Svetonio riferisce, come voce non certa, che Cesare si sarebbe rivolto a Bruto in greco.
La morte di Cesare non salvò la repubblica. Nel testamento aveva adottato il pronipote Ottaviano, il futuro Augusto, che dopo un’altra guerra civile sarebbe diventato il primo imperatore di Roma. La scheda sull’assassinio di Giulio Cesare ricostruisce la congiura nei dettagli.
Fonti e bibliografia per approfondire
- Giulio Cesare, De bello Gallico e De bello civili
- Svetonio, Vite dei Cesari, libro I
- Plutarco, Vita di Cesare
- Enciclopedia Treccani online, voce “Gaio Giulio Cesare”
- Encyclopaedia Britannica, voce “Julius Caesar”
- Luciano Canfora, Giulio Cesare. Il dittatore democratico, Laterza, 1999