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Mahatma Gandhi

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Mohandas Karamchand Gandhi (1869-1948), chiamato Mahatma, cioè “grande anima”, fu il leader che guidò il movimento per l’indipendenza dell’India dal dominio britannico con un metodo nuovo: la resistenza nonviolenta di massa. Avvocato formato a Londra, maturò le sue idee in Sudafrica e tornò in India nel 1915. Organizzò boicottaggi, scioperi e marce, finì più volte in prigione e vide nascere l’India indipendente nel 1947, ma anche la sua divisione. Fu ucciso pochi mesi dopo, il 30 gennaio 1948.

Da Porbandar a Londra: la giovinezza di Gandhi

Gandhi nacque il 2 ottobre 1869 a Porbandar, nel Gujarat, in una famiglia indù di funzionari locali. A tredici anni, secondo l’uso del tempo, fu sposato con Kasturba, che gli rimase accanto per tutta la vita. Nel 1888 partì per Londra a studiare legge e tre anni dopo divenne avvocato.

Il ritorno in India fu deludente. Timido, quasi incapace di parlare in tribunale, faticava a trovare clienti. Così, nel 1893, accettò un incarico per una ditta indiana in Sudafrica. Doveva restare un anno; ne rimase più di venti.

Il treno di Pietermaritzburg e la nascita del satyagraha

Pochi giorni dopo l’arrivo, Gandhi viaggiava in prima classe con un biglietto regolare. Un passeggero bianco protestò e lui fu fatto scendere dal treno alla stazione di Pietermaritzburg. Passò la notte al freddo nella sala d’attesa. Nella sua autobiografia racconta quell’episodio come una svolta.

In Sudafrica la comunità indiana subiva leggi discriminatorie. Gandhi fondò associazioni, scrisse sui giornali e nel 1906 lanciò la prima grande campagna contro una legge del Transvaal che obbligava gli indiani a registrarsi e a portare con sé un certificato. Fu allora che elaborò il satyagraha, parola che si può tradurre con “forza della verità”: disobbedire apertamente a una legge ingiusta, accettare l’arresto senza reagire con la violenza e costringere l’avversario a mostrare la propria brutalità davanti all’opinione pubblica.

Il ritorno in India e la lotta contro il dominio britannico

Nel 1915 Gandhi rientrò in India. Le prime campagne furono locali: nel 1917 a Champaran, nel Bihar, sostenne i contadini costretti a coltivare indaco per i proprietari europei. Poi, dopo il massacro di Amritsar del 1919, quando le truppe britanniche spararono su una folla disarmata, il suo programma diventò nazionale.

Con il Congresso nazionale indiano lanciò la non cooperazione: boicottare le scuole, i tribunali e i tessuti inglesi. Gandhi chiedeva di filare a mano il cotone con l’arcolaio e di vestire il khadi, la stoffa fatta in casa. L’arcolaio divenne un simbolo politico. Ogni indiano che filava toglieva un cliente alle fabbriche del Lancashire. Quando nel 1922 a Chauri Chaura una folla uccise alcuni poliziotti, Gandhi sospese tutto il movimento: la nonviolenza, per lui, non era una tattica da abbandonare quando conveniva.

La marcia del sale del 1930

Il gesto più famoso è anche il più semplice. In India il governo coloniale aveva il monopolio del sale e lo tassava. Il 12 marzo 1930 Gandhi partì a piedi dal suo ashram di Sabarmati, vicino ad Ahmedabad, con alcune decine di seguaci. Dopo circa 390 chilometri e ventiquattro giorni di cammino arrivò sulla costa, a Dandi, e il 6 aprile raccolse un pugno di sale dalla riva.

Era un reato. Migliaia di persone lo imitarono in tutto il Paese, e le autorità ne arrestarono decine di migliaia. Un’azione che chiunque poteva capire, perché il sale lo usavano tutti, mise in imbarazzo l’impero davanti al mondo. Nel 1931 Gandhi andò a Londra per trattare. In quello stesso anno Winston Churchill, contrario all’indipendenza indiana, lo definì con disprezzo un “fachiro mezzo nudo”.

Caste, intoccabili e rapporti con Ambedkar

Gandhi combatté anche contro l’esclusione degli “intoccabili”, che chiamava harijan, “figli di Dio”. Il loro leader più importante, B. R. Ambedkar, lo considerava però troppo prudente e voleva per loro elettorati separati. Nel 1932 Gandhi digiunò in carcere per opporsi a questa soluzione, e i due arrivarono a un compromesso, il patto di Poona. Lo scontro tra i due resta uno dei temi più discussi dagli storici indiani.

Quit India, indipendenza e Partizione

Nell’agosto 1942, in piena seconda guerra mondiale, il Congresso approvò la risoluzione Quit India, “lasciate l’India”. Gandhi e gli altri dirigenti furono arrestati. In detenzione morì la moglie Kasturba, nel 1944.

Finita la guerra, la Gran Bretagna decise di andarsene. Il 15 agosto 1947 nacquero due Stati: l’India e il Pakistan, a maggioranza musulmana. La decolonizzazione dell’India fu accompagnata da violenze terribili tra indù, musulmani e sikh e da milioni di profughi. Gandhi, che non voleva la divisione, girò i villaggi del Bengala e digiunò a Calcutta e a Delhi per fermare i massacri.

Come morì Gandhi

Il 30 gennaio 1948, a New Delhi, mentre si recava alla preghiera della sera, Gandhi fu ucciso a colpi di pistola da Nathuram Godse, un nazionalista indù che lo accusava di essere stato troppo conciliante con i musulmani. Aveva 78 anni.

L’eredità della nonviolenza

Il metodo di Gandhi non è rimasto in India. Martin Luther King lo studiò e lo applicò alla lotta per i diritti civili negli Stati Uniti; Nelson Mandela lo citò spesso, pur scegliendo in certi momenti la lotta armata. Dal 2007 l’ONU celebra il 2 ottobre, giorno della sua nascita, come Giornata internazionale della nonviolenza.

Chi lo studia oggi evita di farne un santino. Gandhi fu un politico abile, capace di scelte dure e anche di errori, dentro la storia più ampia dell’impero britannico e della sua fine.

Fonti e bibliografia per approfondire

  • M. K. Gandhi, An Autobiography or The Story of My Experiments with Truth (1927-1929)
  • Enciclopedia Treccani online, voce dedicata a Mohandas Karamchand Gandhi
  • Encyclopaedia Britannica, voce “Mahatma Gandhi”
  • Judith M. Brown, Gandhi: Prisoner of Hope, Yale University Press, 1989

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