Età antica · Antica Grecia
La democrazia ateniese è il sistema di governo in cui, ad Atene tra il 508 e il 322 avanti Cristo, le decisioni politiche erano prese direttamente dai cittadini riuniti in assemblea, e la maggior parte delle cariche pubbliche era assegnata per sorteggio. La parola viene dal greco demos, popolo, e kratos, potere. È stata la prima democrazia della storia di cui conosciamo bene il funzionamento, e per molti aspetti era più “diretta” delle nostre.
Per molti aspetti, però, era anche molto più ristretta. Le due cose vanno studiate insieme.
Come è nata: da Solone a Clistene
La democrazia non è nata in un giorno. Solone, nel 594 a.C., aveva già dato a tutti i cittadini, anche ai più poveri, il diritto di partecipare all’assemblea e ai tribunali popolari. Ma il passo decisivo lo compie Clistene, nel 508-507 a.C., dopo la cacciata dei tiranni. Divide l’Attica in circa 140 demi, cioè quartieri e villaggi, e li raggruppa in dieci tribù nuove, ognuna formata da pezzi di città, di costa e di entroterra. Un vicino di casa non era più necessariamente un alleato politico. Le vecchie clientele aristocratiche si spezzano.
Altre riforme arrivano nel V secolo, con Efialte, che nel 462 a.C. toglie quasi tutti i poteri al vecchio consiglio aristocratico dell’Areopago, e con Pericle. La storia complessiva della città è nella scheda su Atene.
L’ecclesia: l’assemblea di tutti i cittadini
Il cuore della democrazia era l’ecclesia, l’assemblea. Vi potevano partecipare tutti i cittadini maschi adulti, cioè con più di diciotto anni, figli di padre ateniese e, dopo una legge di Pericle del 451 a.C., anche di madre ateniese. Si riuniva circa quaranta volte l’anno sulla collina della Pnice, un pendio di fronte all’Acropoli, dove c’era posto per circa seimila persone.
L’assemblea decideva quasi tutto: guerra e pace, alleanze, leggi, tasse, spedizioni militari, onori e condanne politiche. Chiunque poteva prendere la parola. L’araldo apriva la discussione con una domanda bellissima: “Chi vuole parlare?”. Si votava per alzata di mano. Un cittadino povero e uno ricco avevano esattamente lo stesso voto. Questo principio, l’uguaglianza di parola, si chiamava isegoria.
La boulé e il sorteggio
Un’assemblea di migliaia di persone non può preparare da sola le proposte. Per questo c’era la boulé, il consiglio dei Cinquecento: cinquanta membri per ciascuna delle dieci tribù, scelti per sorteggio tra i cittadini sopra i trent’anni, per un anno. Preparava gli ordini del giorno dell’ecclesia e controllava i magistrati. A turno, ogni gruppo di cinquanta restava in servizio permanente per un decimo dell’anno; uno di loro, estratto a sorte ogni giorno, era il presidente per ventiquattro ore. Praticamente, ogni cittadino aveva buone probabilità di guidare la città almeno un giorno nella vita.
Il sorteggio vi sembrerà strano. Per gli Ateniesi era l’essenza della democrazia: le elezioni favoriscono i ricchi e i famosi, il sorteggio dà a tutti la stessa possibilità. Usavano anche una macchina apposita, il kleroterion, una lastra di pietra con fessure per i nomi e un tubo in cui si facevano cadere palline bianche e nere. Ne è conservato un esemplare al museo dell’agorà di Atene.
Strateghi, arconti e tribunali
Non tutto, però, si sorteggiava. I dieci strateghi, i comandanti militari, erano eletti e potevano essere rieletti, perché guidare una flotta o un esercito richiede competenza. Pericle fu stratego per quindici anni di seguito, ed è da questa carica, non da un titolo di re, che guidò Atene.
La giustizia era affidata all’Eliea, il tribunale popolare. Ogni anno si sorteggiavano seimila giudici, e per ogni processo se ne estraevano centinaia, a volte più di mille e cinquecento: era impossibile corromperli tutti. Non c’erano avvocati professionisti né pubblici ministeri; ognuno si difendeva da sé, magari con un discorso scritto da un esperto. Il tempo era misurato con una clessidra ad acqua. Fu un tribunale popolare a condannare a morte Socrate, nel 399 a.C.
L’ostracismo: esiliare chi è troppo potente
Una volta l’anno l’assemblea poteva decidere di fare un ostracismo. Ogni cittadino scriveva su un coccio di ceramica, l’ostrakon, il nome della persona che riteneva pericolosa per la democrazia. Se si raggiungevano almeno seimila voti, chi ne aveva di più doveva lasciare Atene per dieci anni, senza perdere i propri beni.
Gli archeologi hanno trovato migliaia di questi cocci, con nomi come Temistocle e Aristide. Plutarco racconta che un contadino analfabeta chiese proprio ad Aristide, senza riconoscerlo, di scrivere sul coccio il nome “Aristide”. Lui domandò perché, e quello rispose: sono stufo di sentirlo chiamare “il Giusto”. Aristide lo scrisse.
Il misthos: farsi pagare per fare politica
Partecipare alla vita pubblica costava tempo, e un contadino o un artigiano non poteva permettersi di perdere giornate di lavoro. Pericle introdusse allora il misthos, un’indennità per i giudici dei tribunali; più tardi fu esteso a chi partecipava all’assemblea. Gli avversari dissero che così il popolo veniva comprato. In realtà, senza quel compenso, la democrazia sarebbe rimasta in mano a chi aveva tempo e denaro.
I limiti: chi non poteva votare
Ecco il rovescio. Erano esclusi le donne, gli stranieri residenti, i meteci, anche se vivevano ad Atene da generazioni, e gli schiavi. Su forse 250-300.000 abitanti dell’Attica, i cittadini con diritti politici erano 30-40.000. C’è di più: la democrazia ateniese si reggeva in buona parte sul tributo delle città alleate della Lega di Delo, che non avevano alcuna voce nelle decisioni.
Già gli antichi la criticavano. Platone pensava che il governo dovesse spettare ai sapienti, non alla folla. Un autore anonimo, chiamato “il Vecchio Oligarca”, scriveva che ad Atene i poveri contavano più dei buoni. Eppure Pericle, nel discorso per i caduti riportato da Tucidide nella sua storia della guerra del Peloponneso, la descriveva così: un governo che si chiama democrazia perché è amministrato nell’interesse dei molti, e non dei pochi.
La fine e l’eredità
La democrazia ateniese sopravvisse a due colpi di Stato oligarchici, nel 411 e nel 404 a.C., e fu definitivamente abolita dai Macedoni nel 322 a.C., dopo la morte di Alessandro Magno. Per secoli “democrazia” fu considerata quasi una parolaccia, sinonimo di disordine. Solo tra Settecento e Ottocento l’idea tornò al centro della politica, in forme nuove, rappresentative. Per un confronto con Sparta, vedete la scheda su Sparta. Il percorso completo è nell’indice per la prima.
Fonti per approfondire
La voce “Democrazia ateniese” di Wikipedia descrive istituzioni ed evoluzione. Le fonti antiche principali sono la Costituzione degli Ateniesi attribuita ad Aristotele, il discorso di Pericle nel libro II della Guerra del Peloponneso di Tucidide e la Vita di Aristide di Plutarco.