Età antica · Antica Grecia
Il teatro greco nacque ad Atene nel VI secolo avanti Cristo dalle feste in onore di Dioniso, il dio del vino e della vitalità, e raggiunse il suo apice nel V secolo con le tragedie di Eschilo, Sofocle ed Euripide e le commedie di Aristofane. Non era un passatempo serale. Era un evento religioso e civico, organizzato dalla città, a cui partecipavano migliaia di cittadini, seduti per giorni interi all’aperto.
Se oggi diciamo tragedia, commedia, scena, coro, orchestra, protagonista, stiamo usando parole che vengono tutte da quei teatri di pietra.
Le origini: Dioniso e il ditirambo
All’inizio c’era il ditirambo, un canto corale in onore di Dioniso, eseguito da un gruppo di uomini che danzavano intorno a un altare. Secondo la tradizione, verso il 534 a.C. un poeta di nome Tespi ebbe un’idea semplice e geniale: staccarsi dal coro e rispondergli, impersonando un personaggio. Nasce il primo attore. Ancora oggi gli attori, in inglese, sono a volte chiamati thespians.
La parola tragedia, tragodìa, significa forse “canto del capro”: il capro poteva essere il premio della gara, oppure l’animale sacrificato a Dioniso. Gli studiosi non sono d’accordo. Commedia viene invece da komos, il corteo allegro e un po’ ubriaco dei festeggiamenti.
Le Grandi Dionisie: una gara di tre giorni
Ad Atene le rappresentazioni si tenevano soprattutto alle Grandi Dionisie, a fine marzo. Era una gara vera. L’arconte, il magistrato incaricato, sceglieva tre poeti tragici; ciascuno presentava in un giorno solo tre tragedie e un dramma satiresco, una specie di farsa con un coro di satiri. Ricchi cittadini, i coreghi, pagavano a proprie spese il coro e i costumi: era una forma di tassa per i più facoltosi, e anche un modo per farsi notare. Una giuria estratta a sorte proclamava il vincitore.
Per permettere a tutti di assistere, ad Atene si introdusse a un certo punto il theorikon, un piccolo contributo pubblico per pagare il biglietto ai cittadini più poveri. Il teatro era considerato parte della vita democratica.
Com’era fatto un teatro greco
I teatri sfruttavano il pendio di una collina. La cavea, la gradinata a semicerchio, ospitava gli spettatori: quello di Dioniso ad Atene forse quindicimila persone. In basso c’era l’orchestra, uno spazio circolare dove danzava il coro. Dietro, la skené, un edificio di legno, poi di pietra, che faceva da fondale e da spogliatoio; da qui la parola “scena”.
Il teatro di Epidauro, nel Peloponneso, del IV secolo a.C., è ancora in uso, e ha un’acustica straordinaria: dal gradino più alto si sente una moneta che cade al centro dell’orchestra. Anche in Italia ce ne sono di splendidi, a Siracusa, a Taormina, a Segesta, dove ogni estate si mettono ancora in scena tragedie greche.
Attori, maschere e coro
Gli attori erano solo uomini, anche per i ruoli femminili, e al massimo tre per tragedia: ciascuno interpretava più personaggi cambiando maschera e costume. Le maschere, di lino e legno, mostravano chiaramente età, sesso, stato d’animo, e aiutavano gli spettatori lontani a capire chi era in scena. Forse amplificavano anche un po’ la voce.
Il coro, dodici o quindici elementi, cantava e danzava tra un episodio e l’altro, commentava l’azione, dava consigli ai protagonisti, esprimeva i sentimenti della comunità. Le scene violente non si mostravano mai: un messaggero arrivava a raccontarle. Il pubblico immaginava, e spesso era peggio.
I tre grandi tragici
Eschilo aveva combattuto a Maratona, e sulla sua tomba volle ricordato solo questo, non le tragedie. Nei Persiani, del 472 a.C., racconta Salamina dal punto di vista degli sconfitti, alla corte di Serse: un gesto di grande sensibilità, otto anni dopo la battaglia. Nella trilogia dell’Orestea mostra il passaggio dalla vendetta privata alla giustizia del tribunale cittadino.
Sofocle scrisse più di cento opere, ne restano sette. Nell’Edipo re un uomo scopre, indagando come un detective, di aver ucciso il padre e sposato la madre senza saperlo. Nell’Antigone una ragazza sfida il re per seppellire il fratello: legge dello Stato o legge degli dèi e della coscienza? È una domanda che si discute ancora.
Euripide è il più inquieto e moderno. Mette in scena personaggi femminili fortissimi, come Medea, che per vendicarsi del marito uccide i propri figli, e critica la guerra nelle Troiane, rappresentate nel 415 a.C., subito dopo una strage commessa dagli Ateniesi nell’isola di Melo.
La commedia: Aristofane
La commedia antica era sfacciata, politica, piena di battute volgari. Aristofane prendeva in giro i potenti chiamandoli per nome, mentre erano lì seduti in platea. Nelle Nuvole ridicolizza Socrate; nella Lisistrata, del 411 a.C., in piena guerra del Peloponneso, immagina che le donne di Atene e Sparta facciano lo sciopero dell’amore per costringere i mariti alla pace. Più tardi, con Menandro, nel IV secolo, la commedia diventa più borghese: equivoci, innamorati, servi astuti. Quel modello passerà ai Romani, a Plauto, e da lì fino alla commedia dell’arte.
A cosa serviva il teatro
Aristotele, nella Poetica, scrive che la tragedia, suscitando pietà e paura, produce la catarsi, una purificazione di quelle emozioni. Ma il teatro era anche il luogo in cui la democrazia ateniese rifletteva su se stessa: sul potere, sulla giustizia, sulla guerra, sugli dèi. Prima delle gare, nell’orchestra, si mostravano i tributi degli alleati e sfilavano gli orfani dei caduti allevati a spese della città. Teatro e politica erano la stessa piazza.
Per il contesto vedete l’età classica e Atene. Il percorso completo è nell’indice per la prima.
Fonti per approfondire
Le voci di Wikipedia “Teatro greco” e “Tragedia greca”. La teoria antica più importante è la Poetica di Aristotele.