Età antica · Antica Roma
L’esercito romano fu lo strumento con cui Roma conquistò prima l’Italia e poi tutto il Mediterraneo. In età repubblicana era formato da cittadini-soldati, chiamati alle armi in base al loro patrimonio e organizzati in legioni di circa 4.200-5.000 uomini; dalla fine del II secolo avanti Cristo, con le riforme di Mario, divenne un esercito di professionisti, volontari e pagati, che servivano per molti anni. La sua forza non stava nel numero, ma nella disciplina, nell’organizzazione e nella capacità di imparare dalle sconfitte.
Polibio, che lo vide all’opera, rimase colpito da una cosa sopra tutte: i Romani costruivano un accampamento fortificato ogni sera, anche dopo una giornata di marcia. Sempre uguale, in qualunque terreno.
I cittadini-soldati della Repubblica
Nella Roma repubblicana, servire nell’esercito era un dovere e un privilegio del cittadino. Secondo la riforma attribuita al re Servio Tullio, i cittadini erano divisi in classi secondo la ricchezza, e ognuno si armava a proprie spese: i più ricchi con armatura completa, i più poveri solo con giavellotti e fionde. I nullatenenti, i proletari, che avevano come unica ricchezza i figli, la proles, di solito non combattevano.
Ogni anno i consoli facevano la leva. Gli uomini tra i 17 e i 46 anni potevano essere chiamati per una campagna, di solito in primavera e in estate, poi tornavano ai campi. È un dettaglio importante: quando le guerre diventarono lunghe e lontane, in Spagna o in Africa, i piccoli contadini restavano via per anni e spesso al ritorno trovavano i campi in rovina. È una delle radici della crisi della Repubblica.
La legione manipolare: astati, principi, triari
All’inizio i Romani combattevano come i Greci, in una falange compatta. Ma contro i Sanniti, sulle montagne dell’Appennino, la falange si muoveva male. Dal IV secolo a.C. la legione fu divisa in unità più piccole e flessibili, i manipoli, di 120 uomini circa, disposti a scacchiera su tre linee.
In prima linea c’erano gli astati, i più giovani; dietro, i principi, uomini nel pieno delle forze; in fondo i triari, veterani esperti, inginocchiati dietro gli scudi con la lancia puntata. Se le prime due linee non bastavano, si ritiravano negli spazi tra i manipoli dei triari. Da qui il modo di dire latino res ad triarios rediit, “la cosa è arrivata ai triari”: siamo all’ultima risorsa. Davanti a tutti combattevano i veliti, fanteria leggera con giavellotti. Ai lati, la cavalleria e i contingenti degli alleati italici.
Armi ed equipaggiamento
Il legionario aveva un elmo di bronzo, poi di ferro, uno scudo grande, rettangolare e ricurvo, lo scutum, fatto di strati di legno incollati e coperti di cuoio, e una corazza di maglia metallica. Le armi principali erano due. Il pilum, un giavellotto pesante con una lunga punta di ferro sottile, che si piegava dopo l’impatto: piantato nello scudo nemico, non si poteva estrarre e rendeva lo scudo inservibile. E il gladius, una spada corta a doppio taglio, presa probabilmente dagli Iberi, perfetta per colpire di punta nel corpo a corpo, protetti dallo scudo.
Il soldato portava anche tutto il resto: viveri per diversi giorni, una pentola, attrezzi per scavare, pali per lo steccato. Più di trenta chili. Per questo, dopo Mario, i legionari furono soprannominati “muli di Mario”.
Il castrum: l’accampamento ogni sera
Ogni sera, alla fine della marcia, la legione costruiva il castrum: un fossato, un terrapieno, una palizzata, tende disposte sempre nello stesso ordine lungo due strade principali che si incrociavano ad angolo retto. Ogni soldato sapeva dove andare, anche al buio. Ci voleva qualche ora. Ma l’esercito non poteva essere sorpreso nel sonno.
Molti accampamenti stabili diventarono città. Guardate la pianta del centro di Torino, di Aosta, di Firenze, di Piacenza: strade dritte, incroci ad angolo retto. È lo schema del castrum. E nomi come Chester o Lancaster, in Inghilterra, vengono proprio da castra.
La disciplina: premi e punizioni
La disciplina era durissima. Chi si addormentava di guardia poteva essere bastonato a morte dai compagni. Se un intero reparto fuggiva davanti al nemico, il comandante poteva ordinare la decimazione: si estraeva a sorte un soldato su dieci, che veniva ucciso dagli altri. Da qui la nostra parola “decimare”. Era raro, ma accadde, per esempio dopo una sconfitta contro Spartaco, nel 71 a.C.
C’erano anche premi: collane, bracciali, corone. La più ambita era la corona civica, fatta di foglie di quercia, per chi aveva salvato la vita a un concittadino in battaglia. Il generale vittorioso poteva ottenere dal Senato il trionfo, una sfilata solenne fino al Campidoglio; dietro di lui, si diceva, uno schiavo ripeteva: ricordati che sei un uomo.
La riforma di Mario
Alla fine del II secolo a.C. la leva tradizionale non bastava più: i piccoli proprietari erano sempre meno. Nel 107 a.C. il console Gaio Mario cominciò ad arruolare volontari anche tra i nullatenenti, armati dallo Stato e pagati con un salario. In cambio, alla fine del servizio, si aspettavano un pezzo di terra. La legione fu riorganizzata in dieci coorti di circa 480 uomini, e ognuna ricevette un’insegna comune, l’aquila d’argento, poi d’oro.
Fu una riforma efficace. Ma i soldati, ormai, dipendevano dal loro generale per la paga, il bottino e la terra, più che dallo Stato. Erano pronti a seguirlo anche contro Roma. La storia della crisi è nella scheda su Mario e Silla e in quella sulle guerre civili romane.
Un esercito che impara dalle sconfitte
Roma perse molte battaglie: contro i Galli al fiume Allia, contro Pirro a Eraclea, contro Annibale al Trasimeno e a Canne, dove nel 216 a.C. morirono in un solo giorno decine di migliaia di Romani. Ma raramente perse una guerra. Copiava armi e tattiche dai nemici, costruì una flotta da zero durante la prima guerra punica, e soprattutto poteva contare su una riserva enorme di uomini, cittadini e alleati italici. Le tappe delle conquiste sono nella scheda sull’espansione romana e su quella delle guerre puniche. Il percorso completo è nell’indice per la prima.
Fonti per approfondire
Le voci di Wikipedia “Esercito romano” e “Legione romana”. La descrizione antica più dettagliata dell’esercito repubblicano e dell’accampamento si trova nel libro VI delle Storie di Polibio.