Età antica · Antico Egitto
I geroglifici sono la scrittura monumentale dell’antico Egitto, usata per circa 3.500 anni, dalle prime etichette di Abido intorno al 3250 avanti Cristo all’ultima iscrizione conosciuta, incisa nel tempio di File nel 394 dopo Cristo. Il nome viene dal greco e significa “segni sacri incisi”: i Greci li vedevano soprattutto sulle pareti dei templi e pensavano fossero simboli misteriosi, riservati ai sacerdoti. Gli Egiziani li chiamavano medu netjer, “parole del dio”.
Per secoli, dopo la fine della civiltà egizia, nessuno seppe più leggerli. È una delle storie più belle che si possano raccontare in classe.
Come funzionano i geroglifici
L’errore più comune è pensare che ogni disegno sia una parola: un gufo vuol dire “gufo”, un occhio vuol dire “occhio”. In realtà i geroglifici mescolano tre tipi di segni, e senza questo non si capisce nulla.
Ci sono i segni fonetici, che rappresentano suoni, come le nostre lettere. Alcuni indicano una sola consonante: il gufo è il suono m, la bocca è r, l’acqua che ondeggia è n. Altri ne rappresentano due o tre. Ci sono gli ideogrammi, che indicano direttamente un oggetto o un’idea. E ci sono i determinativi, segni muti messi alla fine della parola per chiarirne la categoria: un omino seduto per le persone, due gambe che camminano per i verbi di movimento, un rotolo di papiro per le idee astratte.
Gli Egiziani non scrivevano le vocali. Un po’ come quando mandate un messaggio scrivendo “cmq” o “nn”: chi conosce la lingua capisce. Per questo oggi non sappiamo con certezza come si pronunciassero molte parole, e gli egittologi inseriscono per convenzione una “e” tra le consonanti.
Da che parte si leggono?
Dipende. I geroglifici si potevano scrivere da destra a sinistra, da sinistra a destra, o in colonne dall’alto verso il basso. Il trucco è guardare dove sono rivolti i volti degli uomini e degli animali: si legge andando incontro a loro. Se il gufo guarda verso sinistra, si comincia da sinistra.
La scelta spesso era estetica. Su una porta di un tempio, le iscrizioni dei due battenti potevano essere speculari, per formare un disegno simmetrico. I geroglifici erano scrittura e arte insieme.
Ieratico e demotico: le scritture veloci
Scolpire un gufo con tutte le piume richiede tempo. Per i documenti di tutti i giorni, lettere, conti, contratti, gli scribi usavano una forma corsiva, lo ieratico, scritto con un pennello di giunco e inchiostro su papiro o su cocci di vaso. Più tardi, dal VII secolo a.C., si diffuse una corsiva ancora più rapida e semplificata, il demotico, cioè “popolare”. I geroglifici restarono la scrittura solenne, per templi, tombe e monumenti.
Chi sapeva scrivere: gli scribi
Pochissimi. Si stima che sapesse leggere e scrivere forse l’uno per cento della popolazione, probabilmente anche meno. Lo scriba era un funzionario rispettato, esentato dalle fatiche dei campi, e se ne vantava. Le statue lo mostrano seduto a gambe incrociate, con il papiro steso sulle ginocchia: quella dello “scriba seduto” al Louvre ha occhi di cristallo di rocca che sembrano vivi.
Si imparava a scuola da bambini, copiando e ricopiando testi su tavolette e cocci. Si conservano esercizi con errori e correzioni del maestro, in rosso. Per molti studenti, anche oggi, una scena familiare.
La Stele di Rosetta
Nel luglio 1799, durante la spedizione di Napoleone in Egitto, alcuni soldati francesi che rinforzavano un forte vicino alla città di Rashid, che gli europei chiamavano Rosetta, trovarono una lastra di granodiorite scura, rotta, piena di iscrizioni. Gli ufficiali capirono subito che era importante. Il testo, un decreto dei sacerdoti in onore del re Tolomeo V del 196 a.C., era ripetuto in tre scritture: geroglifico, demotico e greco antico.
Il greco si poteva leggere. Quindi, in teoria, la stele era una chiave per le altre due. Quando i Francesi furono sconfitti, la stele passò agli Inglesi: dal 1802 è al British Museum di Londra, dove è uno degli oggetti più visitati.
Champollion e la decifrazione (1822)
Molti studiosi ci provarono. L’inglese Thomas Young fece passi avanti importanti, capendo che alcuni segni avevano valore fonetico. Ma chi risolse l’enigma fu un giovane francese, Jean-François Champollion, che conosceva molte lingue antiche e soprattutto il copto, l’ultima fase della lingua egizia, ancora usata nella liturgia dei cristiani d’Egitto.
Partì dai cartigli, gli ovali che racchiudono i nomi dei re. Confrontando i nomi di Tolomeo e di Cleopatra, che avevano lettere in comune, ricostruì il valore di diversi segni. Poi provò su altri cartigli e lesse “Ramesse” e “Thutmose”: nomi egiziani, non greci. Era la prova che il sistema funzionava anche per i testi più antichi. Si racconta che il 14 settembre 1822 corse dal fratello gridando “Je tiens l’affaire!”, “ce l’ho!”, e svenne. L’aneddoto è un po’ romanzato, forse, ma la data è quella della svolta. La sua lettera ufficiale all’Accademia di Parigi è di pochi giorni dopo.
Geroglifici e scrittura mesopotamica a confronto
Più o meno negli stessi secoli, in Mesopotamia, nasceva il cuneiforme. Le due scritture sono molto diverse nell’aspetto: cunei impressi sull’argilla da una parte, figure dipinte o scolpite dall’altra. Si è discusso a lungo se una abbia influenzato l’altra, oppure se siano nate in modo indipendente: oggi prevale la seconda ipotesi, o al massimo l’idea di uno stimolo reciproco. Il quadro generale è nella scheda sulla nascita della scrittura.
Una curiosità finale. Alcuni segni geroglifici, semplificati, furono adattati da lavoratori di lingua semitica nel Sinai per scrivere la propria lingua, intorno al 1800 a.C. Da lì, passando per i Fenici e il loro alfabeto, i Greci e i Romani, deriva l’alfabeto con cui state leggendo questa pagina. La nostra “A” discende da una testa di bue. Per il contesto storico vedete anche i faraoni; il percorso completo è nell’indice per la prima.
Fonti per approfondire
Le voci di Wikipedia “Geroglifici egizi” e “Stele di Rosetta” spiegano il sistema dei segni e la storia della decifrazione. La stele si può vedere nella collezione del British Museum di Londra.