Eventi e guerre · Crisi e rivolte
La rivolta di Spartaco, chiamata dagli storici terza guerra servile, fu la più grande ribellione di schiavi dell’antica Roma. Cominciò nel 73 avanti Cristo con la fuga di circa settanta gladiatori da una scuola di Capua, guidati dal trace Spartaco, e si allargò fino a un esercito di decine di migliaia di schiavi e contadini poveri che per due anni sconfisse più volte le legioni romane. Finì nel 71 a.C. in Lucania, con la sconfitta e la morte di Spartaco per mano di Marco Licinio Crasso, e con seimila prigionieri crocifissi lungo la via Appia.
Le fonti, va detto subito, sono poche e tutte romane o greche. Nessuno schiavo ci ha lasciato la sua versione.
Schiavi e gladiatori nell’Italia del I secolo a.C.
Le guerre di conquista avevano portato in Italia centinaia di migliaia di prigionieri ridotti in schiavitù: Galli, Traci, Germani, Greci, Siriani. Nel I secolo a.C. forse un abitante dell’Italia su cinque, o su quattro, era schiavo; le stime variano molto. Lavoravano nelle case, nelle botteghe, ma soprattutto nei grandi latifondi del Sud, spesso incatenati, dormendo in carceri sotterranee chiamate ergastula. Altri finivano nelle miniere. Le condizioni erano tali che già due volte, in Sicilia, tra il 135 e il 100 a.C., gli schiavi si erano ribellati.
I gladiatori erano una categoria a parte. Schiavi o prigionieri, scelti per la forza fisica, venivano addestrati in scuole private, i ludi, e combattevano nei giochi pubblici, spesso fino alla morte. Erano costosi da mantenere, spesso ammirati dal pubblico, ma restavano proprietà del loro padrone, il lanista.
Chi era Spartaco
Di lui sappiamo pochissimo. Era un trace, cioè veniva dalla regione dell’attuale Bulgaria. Secondo lo storico Appiano aveva combattuto come soldato ausiliario nell’esercito romano, poi aveva disertato, era stato catturato e venduto come gladiatore. Plutarco lo descrive come un uomo di grande forza e coraggio, ma anche intelligente e “più greco che trace”, il che per un autore greco era un complimento. Aveva con sé una donna, una sacerdotessa del dio Dioniso, che secondo Plutarco aveva predetto il suo grande e terribile destino.
La fuga da Capua e il Vesuvio (73 a.C.)
Nella primavera del 73 a.C., nella scuola di Lentulo Batiato a Capua, circa duecento gladiatori organizzano una fuga. Vengono scoperti; settanta-ottanta riescono comunque a scappare, armati di coltelli e spiedi presi in cucina. Lungo la strada catturano un carro di armi da gladiatore. Si rifugiano sul Vesuvio, che allora era un monte coperto di boschi e vigne, e nessuno sapeva che fosse un vulcano.
Roma manda un pretore, Gaio Claudio Glabro, con tremila uomini raccolti in fretta. Glabro blocca l’unico sentiero di accesso e aspetta che gli assediati muoiano di fame. Ma i gladiatori intrecciano scale con i tralci delle viti selvatiche, si calano da una parete a strapiombo e attaccano alle spalle l’accampamento romano, che fugge. È la prima vittoria. Da quel momento, da tutte le campagne della Campania, schiavi e pastori corrono a unirsi a loro.
Un esercito di schiavi
Nel giro di pochi mesi Spartaco ha forse 40.000 seguaci, poi 70.000, secondo alcune fonti 120.000. Cifre probabilmente esagerate, ma l’ordine di grandezza fa paura. Organizza i suoi uomini come un esercito vero, li arma con ferro fuso dalle catene e con le armi prese ai Romani, li addestra. Divide il bottino in parti uguali. Secondo un frammento dello storico Sallustio cercò anche di limitare le violenze contro le popolazioni, senza riuscirci sempre.
Nel 72 a.C. sconfigge entrambi i consoli dell’anno. Celebra i funerali di un suo luogotenente, Crisso, ucciso in battaglia, costringendo trecento prigionieri romani a combattere tra loro come gladiatori. Il mondo alla rovescia.
Che cosa voleva Spartaco?
È la grande domanda. Secondo Plutarco, il suo piano era chiaro: risalire l’Italia, attraversare le Alpi e lasciare che ciascuno tornasse libero nella propria terra, in Tracia o in Gallia. Nel 72 a.C. arriva infatti fino a Modena, e sconfigge un altro esercito romano. Poi, invece di passare le Alpi, torna indietro verso sud. Perché? Forse i suoi uomini, ormai ricchi di bottino, non volevano lasciare l’Italia. Forse pensava di marciare su Roma. Non lo sappiamo.
Una cosa sembra certa: Spartaco non voleva abolire la schiavitù. Nessuno, nell’antichità, lo pensava possibile. Voleva la libertà per sé e per i suoi.
Crasso e la fine in Lucania (71 a.C.)
Nell’autunno del 72 a.C. il Senato affida il comando a Marco Licinio Crasso, l’uomo più ricco di Roma, con otto legioni. Crasso ristabilisce la disciplina con la decimazione di un reparto che era fuggito, come racconta la scheda sull’esercito romano.
Spartaco scende fino in Calabria e tratta con i pirati della Cilicia perché lo portino in Sicilia, dove spera di sollevare gli schiavi dell’isola. I pirati prendono il denaro e non si presentano. Crasso fa scavare un fossato e un muro attraverso tutta la punta della Calabria, circa cinquanta chilometri, per intrappolarlo. Spartaco lo sfonda in una notte di neve. Ma il suo esercito si divide. Nella primavera del 71 a.C., in Lucania, vicino al fiume Sele, si combatte la battaglia finale. Spartaco cerca di raggiungere Crasso per affrontarlo di persona, uccide due centurioni e cade combattendo. Il suo corpo non fu mai ritrovato.
Seimila prigionieri furono crocifissi lungo la via Appia, da Capua a Roma: una croce ogni trenta-quaranta metri, per quasi duecento chilometri. Un gruppo di cinquemila fuggiaschi fu intercettato in Etruria da Pompeo, che tornava dalla Spagna e si attribuì il merito di aver “estirpato la guerra alle radici”. Crasso non glielo perdonò mai.
Il mito di Spartaco
Per i Romani Spartaco fu a lungo il simbolo del pericolo più grande, il nemico interno. Dal Settecento in poi diventò il contrario: un eroe della libertà. Karl Marx lo definì “il tipo più splendido di tutta la storia antica”; un gruppo rivoluzionario tedesco del 1918 prese il nome di Lega spartachista. Il film Spartacus di Stanley Kubrick, del 1960, con la celebre scena “Io sono Spartaco!”, lo ha reso famoso in tutto il mondo. Ogni epoca ha costruito il suo Spartaco.
La rivolta si inserisce nella crisi della Repubblica, tra la dittatura di Silla e l’ascesa di Giulio Cesare: il contesto è nella scheda sulle guerre civili romane. Il percorso completo è nell’indice per la prima.
Fonti per approfondire
Le voci di Wikipedia “Terza guerra servile” e “Spartaco”. Le fonti antiche principali sono Plutarco, Vita di Crasso, capitoli 8-11, e Appiano, Guerre civili, libro I.