Democrazia

Un percorso tematico per collegare luoghi, società, idee e trasformazioni storiche attraverso le schede dell’archivio.

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La parola democrazia viene dal greco: dêmos, il popolo, e kratos, il potere. Potere del popolo. Detta così sembra semplice, ma basta chiedersi chi fosse “il popolo” per accorgersi che la risposta è cambiata moltissimo nel tempo. Nell’Atene di Pericle votavano forse trentamila uomini su una popolazione di circa trecentomila persone. In Italia le donne hanno votato per la prima volta alle elezioni politiche il 2 giugno 1946. La storia della democrazia è anche la storia di chi, a poco a poco, è stato ammesso a farne parte.

Atene: dove tutto comincia

Nel 508-507 a.C. l’aristocratico Clistene riorganizza la cittadinanza di Atene in dieci tribù mescolando abitanti della città, della costa e dell’interno, per spezzare il potere delle grandi famiglie. È il punto di partenza della democrazia ateniese, anche se molti storici preferiscono una data più tarda, il 461 a.C., quando le riforme di Efialte e Pericle tolgono quasi tutti i poteri all’Areopago, il vecchio consiglio aristocratico.

Era una democrazia diretta. I cittadini maschi adulti si riunivano sulla collina della Pnice nell’assemblea, l’ekklesia, e votavano per alzata di mano su guerra, pace, tasse. Molte cariche si assegnavano per sorteggio, perché gli Ateniesi pensavano che le elezioni favorissero i ricchi e i bravi oratori. Chi diventava troppo potente poteva essere mandato in esilio per dieci anni con l’ostracismo: si scriveva il suo nome su un coccio, l’ostrakon. Gli archeologi ne hanno trovati migliaia, alcuni con il nome di Temistocle scritto dalla stessa mano, segno che qualcuno li preparava in anticipo per gli elettori.

Restavano esclusi donne, schiavi e stranieri residenti. E filosofi come Platone consideravano la democrazia un governo di incompetenti: non dimenticava che era stata un’assemblea democratica, nel 399 a.C., a condannare a morte Socrate.

Repubbliche, comuni e parlamenti

Roma repubblicana non fu una democrazia, ma un sistema misto in cui il senato aristocratico contava più delle assemblee popolari. Dopo la fine del mondo antico la parola democrazia quasi sparisce, o viene usata come sinonimo di disordine.

Eppure alcuni elementi riaffiorano. Nei comuni italiani del Duecento i cittadini eleggono i propri magistrati, anche se a votare sono soprattutto i membri delle arti e delle famiglie ricche. In Inghilterra la Magna Carta del 1215 stabilisce che nemmeno il re è sopra la legge, e il Parlamento cresce lentamente fino a imporsi sulla monarchia con la “gloriosa rivoluzione” e il Bill of Rights del 1689.

Le rivoluzioni e la democrazia moderna

Nel Settecento gli illuministi forniscono gli strumenti teorici. Montesquieu, nello Spirito delle leggi del 1748, propone la separazione dei poteri: chi fa le leggi, chi le applica e chi giudica devono essere persone diverse. Rousseau parla di sovranità popolare. Le due grandi rivoluzioni di fine secolo trasformano queste idee in istituzioni: la Costituzione americana del 1787 e la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789.

La democrazia moderna è rappresentativa: i cittadini non decidono direttamente, ma eleggono chi decide. E per tutto l’Ottocento il voto resta legato al censo. Nel primo Parlamento italiano, nel 1861, poteva votare circa il 2% della popolazione: uomini, alfabeti, che pagavano un certo livello di tasse.

Il suffragio universale

Allargare il voto è stata una lotta lunga. In Italia il suffragio universale maschile arriva con la riforma di Giolitti del 1912 e si applica per la prima volta alle elezioni del 1913. Le donne devono aspettare molto di più. Il primo paese a dare loro il voto è la Nuova Zelanda, nel 1893; in Gran Bretagna le suffragette si fanno arrestare, fanno lo sciopero della fame, e ottengono il voto nel 1918 (per le donne sopra i trent’anni) e nel 1928 per tutte. La storia è raccontata nella pagina sul suffragio femminile.

Quando la democrazia crolla

Il Novecento ha mostrato quanto la democrazia possa essere fragile. In Italia il fascismo arriva al potere nel 1922 e in pochi anni cancella partiti, sindacati e libertà di stampa. In Germania Hitler diventa cancelliere nel 1933 per vie legali e poi smonta la Repubblica di Weimar dall’interno. Sono esempi che si studiano proprio perché insegnano che le elezioni, da sole, non bastano: servono diritti garantiti, giudici indipendenti, stampa libera.

Dopo il 1945 l’Italia riparte da qui. Il referendum del 2 giugno 1946 sceglie la repubblica, e la Costituzione entrata in vigore il 1° gennaio 1948 si apre con queste parole: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo”.

La democrazia oggi

Dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989 molti pensavano che la democrazia liberale avrebbe conquistato il mondo. Non è andata esattamente così. Oggi i centri di ricerca che misurano la qualità delle democrazie, come V-Dem dell’Università di Göteborg o Freedom House, registrano da anni un arretramento in diversi paesi. Se ne discute molto, anche a scuola.

Winston Churchill, nel 1947, disse alla Camera dei Comuni che la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte le altre sperimentate finora. La frase viene citata spesso; lui stesso la presentava come un detto già in circolazione.

Domande frequenti

Che differenza c’è tra democrazia diretta e rappresentativa? Nella prima i cittadini votano direttamente le decisioni, come ad Atene; nella seconda eleggono rappresentanti. In Italia il referendum è uno strumento di democrazia diretta dentro un sistema rappresentativo.

Quando è nata la democrazia in Italia? Con il suffragio universale del 1946 e la Costituzione del 1948, dopo le esperienze parziali dell’Italia liberale.

Il tema è legato da vicino a quello dei diritti umani.

Fonti per approfondire

Voce Democrazia nell’Enciclopedia dei ragazzi Treccani; Marco Bettalli, Il modello anomalo: Atene e la polis democratica, nella Storia della civiltà europea a cura di Umberto Eco.

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