I conflitti nel Caucaso sono le guerre scoppiate tra la fine degli anni Ottanta e il nostro secolo nella regione montuosa tra il Mar Nero e il Mar Caspio. I principali sono tre: la lunga contesa tra Armenia e Azerbaigian per il Nagorno-Karabakh, le due guerre di Cecenia dentro la Federazione Russa e le guerre in Georgia per l’Abcasia e l’Ossezia del Sud. Hanno cause diverse, ma una radice comune: la crisi e poi la dissoluzione dell’Unione Sovietica.
Perché il Caucaso è una regione di conflitti
In uno spazio relativamente piccolo vivono decine di popoli, con lingue e religioni diverse. Per secoli la regione fu contesa tra Impero ottomano, Persia e Impero russo, che la conquistò nel corso dell’Ottocento dopo guerre lunghissime contro i montanari.
L’Unione Sovietica organizzò il territorio come una scatola cinese: repubbliche, e dentro le repubbliche regioni autonome per le minoranze. Finché il potere centrale fu forte, i confini interni contavano poco. Quando Mosca si indebolì, ognuno di quei confini diventò una possibile linea del fronte.
C’erano anche ferite più vecchie. Nel febbraio 1944 Stalin fece deportare in Asia centrale l’intero popolo ceceno, con l’accusa di collaborazione con i tedeschi. Molti morirono durante il viaggio e nei primi anni d’esilio. I sopravvissuti poterono tornare solo dopo il 1957.
Il Nagorno-Karabakh: Armenia contro Azerbaigian
Il Nagorno-Karabakh era una regione autonoma a maggioranza armena all’interno dell’Azerbaigian sovietico. Nel febbraio 1988 il suo consiglio locale chiese di passare all’Armenia. Seguirono violenze contro gli armeni a Sumgait, poi a Baku, ed espulsioni reciproche di popolazione.
Dopo il 1991 lo scontro diventò una guerra aperta tra i due nuovi Stati indipendenti. Nel febbraio 1992, a Khojaly, centinaia di civili azeri furono uccisi dalle forze armene. Quando nel 1994 fu firmato il cessate il fuoco, le forze armene controllavano il Karabakh e sette distretti azeri intorno. La guerra aveva fatto decine di migliaia di morti e centinaia di migliaia di profughi da entrambe le parti.
Per oltre vent’anni il conflitto restò “congelato”, con trattative mai concluse. Poi i rapporti di forza cambiarono. Nell’autunno 2020 l’Azerbaigian, armato anche con droni turchi e israeliani, riconquistò in 44 giorni gran parte dei territori perduti, compresa la città di Shusha. Un cessate il fuoco mediato da Mosca portò nella regione soldati russi di interposizione.
Nel settembre 2023, dopo mesi di blocco della sola strada che collegava il Karabakh all’Armenia, un’offensiva azera di un giorno pose fine all’autoproclamata repubblica armena. Nei giorni seguenti oltre centomila armeni, quasi tutta la popolazione, lasciarono la regione per l’Armenia. Nel 2024 i soldati russi si ritirarono e i due governi proseguirono i negoziati su confini e trattato di pace.
Le guerre di Cecenia
La Cecenia proclamò l’indipendenza nel 1991, sotto la guida dell’ex generale sovietico Džochar Dudaev. Mosca non la riconobbe. Nel dicembre 1994 l’esercito russo entrò nella repubblica. L’assalto alla capitale Groznyj, nella notte di Capodanno del 1995, fu un disastro per i russi, e la città fu distrutta dai combattimenti e dai bombardamenti. Nel 1996 gli accordi di Chasavjurt chiusero la prima guerra, lasciando in sospeso lo status della Cecenia.
La seconda guerra cominciò nel 1999, dopo l’incursione di combattenti ceceni nel vicino Daghestan e una serie di attentati contro condomini in Russia, attribuiti dalle autorità ai separatisti. A guidarla fu il nuovo primo ministro Vladimir Putin, che costruì su quella guerra gran parte della sua popolarità. Groznyj fu presa nel 2000. Seguirono anni di guerriglia e di attentati terroristici, tra cui il sequestro del teatro Dubrovka a Mosca, nel 2002, e la strage nella scuola di Beslan, in Ossezia del Nord, nel 2004: morirono più di 330 persone, oltre la metà bambini.
Le organizzazioni per i diritti umani documentarono gravi violenze sui civili da entrambe le parti. La giornalista Anna Politkovskaja, che le aveva raccontate, fu uccisa a Mosca nel 2006. Mosca dichiarò chiusa l’operazione “antiterrorismo” nel 2009, affidando la repubblica al presidente filorusso Ramzan Kadyrov.
Georgia: Abcasia, Ossezia del Sud e la guerra del 2008
Anche la Georgia indipendente perse il controllo di due regioni. All’inizio degli anni Novanta l’Ossezia del Sud e l’Abcasia, con l’appoggio russo, si separarono di fatto dopo brevi guerre. Dall’Abcasia fuggirono circa 200.000 georgiani.
Nell’agosto 2008 la tensione esplose. Nella notte tra il 7 e l’8 agosto l’esercito georgiano attaccò Tskhinvali, capoluogo dell’Ossezia del Sud. La Russia rispose con una controffensiva che in cinque giorni penetrò in profondità nel territorio georgiano. Il cessate il fuoco fu mediato dall’Unione Europea. Poco dopo Mosca riconobbe l’indipendenza delle due regioni, riconosciuta da pochissimi altri Stati.
Nel 2009 una commissione d’inchiesta dell’UE, guidata dalla diplomatica svizzera Heidi Tagliavini, concluse che le ostilità erano state aperte dalla Georgia, ma che la risposta russa era andata oltre i limiti della legittima difesa.
Che cosa lasciano questi conflitti
Questi conflitti hanno lasciato centinaia di migliaia di sfollati, confini contesi e territori riconosciuti da quasi nessuno. Molti osservatori li collegano a quanto accaduto dopo in Ucraina: anche lì regioni separatiste e intervento russo, fino alla guerra russo-ucraina. Le situazioni restano però diverse, e vanno studiate una per una.
Fonti e bibliografia per approfondire
- Enciclopedia Treccani, voce “Cecenia”
- Encyclopaedia Britannica, voci “Nagorno-Karabakh” e “Chechnya”
- Thomas de Waal, Black Garden: Armenia and Azerbaijan Through Peace and War, New York University Press, 2003
- Carlotta Gall, Thomas de Waal, Chechnya: Calamity in the Caucasus, New York University Press, 1998
- Independent International Fact-Finding Mission on the Conflict in Georgia, Report (rapporto Tagliavini), 2009