La dissoluzione dell’Unione Sovietica è il processo che nel 1991 portò alla fine dell’URSS, lo Stato comunista nato dalla Rivoluzione russa e diventato una superpotenza dopo la Seconda guerra mondiale. In pochi anni le riforme avviate da Michail Gorbaciov, la crisi economica e le spinte indipendentiste delle repubbliche portarono al crollo del sistema. Il 25 dicembre 1991 Gorbaciov si dimise da presidente e al posto dell’URSS nacquero quindici Stati indipendenti, tra cui la Russia e l’Ucraina.
Dissoluzione dell’URSS: riassunto
Quando Michail Gorbaciov divenne segretario generale del Partito comunista, nel 1985, l’Unione Sovietica era in una situazione di stagnazione economica e impegnata in una costosa guerra in Afghanistan. Gorbaciov avviò riforme economiche (perestrojka, “ricostruzione”) e una maggiore libertà di informazione e di discussione (glasnost, “trasparenza”).
Le riforme non risolsero la crisi economica, ma aprirono spazi di libertà che permisero a molte persone di criticare il sistema e alle nazionalità dell’URSS di chiedere autonomia o indipendenza. Nel 1989 i regimi comunisti dell’Europa orientale caddero uno dopo l’altro, senza l’intervento sovietico. Nel 1991, dopo un fallito colpo di Stato dei conservatori, le repubbliche proclamarono l’indipendenza e l’URSS cessò di esistere.
Le cause
- Economiche: l’economia pianificata era inefficiente, con scarsità di beni di consumo, bassa produttività e forti spese militari; il calo del prezzo del petrolio negli anni Ottanta ridusse le entrate dello Stato.
- Politiche: le riforme di Gorbaciov indebolirono il controllo del partito senza creare istituzioni alternative stabili; nel 1990 fu abolito il ruolo guida del Partito comunista previsto dalla Costituzione.
- Nazionali: l’URSS era uno Stato multinazionale; nelle repubbliche baltiche, nel Caucaso e in Ucraina crebbero movimenti nazionali che chiedevano l’indipendenza.
- Internazionali: la competizione della Guerra fredda, la guerra sovietico-afghana, conclusa con il ritiro nel 1989, e la perdita del controllo sull’Europa orientale dopo la caduta del Muro di Berlino.
- Sfiducia: il disastro nucleare di Černobyl’, nell’aprile 1986, e la gestione iniziale delle informazioni da parte delle autorità aumentarono la sfiducia verso il sistema.
Le fasi
Le repubbliche baltiche e le prime indipendenze
Lituania, Lettonia ed Estonia, annesse all’URSS nel 1940, furono tra le prime a muoversi. L’11 marzo 1990 la Lituania proclamò l’indipendenza. Nel gennaio 1991 le truppe sovietiche intervennero a Vilnius e negli scontri morirono civili, ma il movimento non si fermò. Nel marzo 1991 si tenne un referendum sulla conservazione dell’Unione in forma rinnovata: vinsero i sì, ma diverse repubbliche lo boicottarono.
Eltsin e la Russia
Nel giugno 1991 Boris Eltsin fu eletto presidente della Repubblica russa, la più grande dell’Unione, con un voto popolare. Eltsin si presentava come leader democratico e chiedeva più poteri per la Russia rispetto al centro sovietico. Si creò così un dualismo tra Gorbaciov, presidente dell’URSS, ed Eltsin.
Il golpe di agosto
Gorbaciov stava preparando un nuovo trattato che avrebbe dato più autonomia alle repubbliche. Il 19 agosto 1991, il giorno prima della firma prevista, un gruppo di dirigenti conservatori del partito, dell’esercito e del KGB tentò un colpo di Stato, mentre Gorbaciov era in vacanza in Crimea. A Mosca migliaia di cittadini si radunarono davanti alla sede del Parlamento russo, ed Eltsin, salito su un carro armato, invitò alla resistenza. In tre giorni il golpe fallì.
Le indipendenze e la fine dell’URSS
Dopo il golpe il prestigio di Gorbaciov crollò e l’attività del Partito comunista fu sospesa. Molte repubbliche proclamarono l’indipendenza; il 24 agosto lo fece l’Ucraina, e il 1° dicembre un referendum la confermò con una larghissima maggioranza (vedi Ucraina indipendente). L’8 dicembre i leader di Russia, Ucraina e Bielorussia firmarono gli accordi di Belaveža, che dichiaravano finita l’URSS e creavano la Comunità degli Stati Indipendenti (CSI); il 21 dicembre altre repubbliche aderirono ad Alma-Ata. Il 25 dicembre 1991 Gorbaciov si dimise e la bandiera sovietica fu ammainata dal Cremlino.
Protagonisti
- Michail Gorbaciov, ultimo leader dell’URSS.
- Boris Eltsin, presidente della Russia.
- I leader dei movimenti nazionali delle repubbliche.
- I promotori del golpe di agosto 1991.
Le conseguenze
- Nacquero quindici Stati indipendenti; la Russia ereditò il seggio permanente sovietico nel Consiglio di sicurezza dell’ONU e gran parte dell’arsenale nucleare.
- Finì la Guerra fredda e il mondo bipolare; gli Stati Uniti rimasero l’unica superpotenza.
- Negli anni Novanta la Russia attraversò una gravissima crisi economica e sociale, durante il passaggio all’economia di mercato.
- Restarono aperti conflitti e contese territoriali, soprattutto nel Caucaso (vedi conflitti nel Caucaso) e, più tardi, tra Russia e Ucraina.
Date principali
- 1985: Gorbaciov diventa segretario generale.
- Aprile 1986: disastro di Černobyl’.
- 1989: ritiro dall’Afghanistan e caduta dei regimi comunisti nell’Est.
- 11 marzo 1990: indipendenza della Lituania.
- Giugno 1991: Eltsin eletto presidente della Russia.
- 19-21 agosto 1991: fallito colpo di Stato.
- 8 dicembre 1991: accordi di Belaveža.
- 25 dicembre 1991: dimissioni di Gorbaciov.
Perché è importante
La fine dell’URSS chiuse un’epoca iniziata nel 1917 e cambiò la carta politica dell’Europa e dell’Asia. Molte questioni attuali, dalle relazioni tra Russia e Occidente alla guerra in Ucraina, hanno radici in quel passaggio.