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Michail Gorbaciov: perestrojka, Guerra fredda e fine dell’URSS

Epoca:

Michail Gorbaciov (1931-2022) fu l’ultimo segretario generale del Partito comunista dell’Unione Sovietica e l’unico presidente dell’URSS. Arrivò al potere nel 1985 deciso a salvare il sistema sovietico riformandolo, con due parole d’ordine che fecero il giro del mondo: perestrojka, “ristrutturazione”, e glasnost, “trasparenza”. Firmò con gli Stati Uniti i primi accordi per eliminare intere categorie di armi nucleari, ritirò le truppe dall’Afghanistan e lasciò che i Paesi dell’Europa orientale scegliessero la propria strada nel 1989. Sei anni dopo il suo arrivo, l’Unione Sovietica non esisteva più.

Un ragazzo di campagna nel Caucaso

Gorbaciov nacque il 2 marzo 1931 a Privol’noe, un villaggio nella regione di Stavropol’, nel sud della Russia. La famiglia era contadina. Entrambi i nonni furono arrestati durante le repressioni staliniane degli anni Trenta, un’esperienza di cui avrebbe parlato apertamente solo molto più tardi. Da adolescente lavorò con il padre sulle mietitrebbiatrici, e a diciotto anni ricevette un’onorificenza per un raccolto record.

Nel 1950 entrò alla facoltà di Legge dell’Università di Mosca. Lì conobbe Raisa Titarenko, studentessa di filosofia, che sposò nel 1953. Raisa gli rimase accanto in tutta la carriera, con un ruolo pubblico insolito per la moglie di un leader sovietico.

Dal partito di provincia al Cremlino

Tornato a Stavropol’, fece carriera nel partito fino a diventarne il primo segretario regionale nel 1970. Nel 1978 fu chiamato a Mosca come segretario del Comitato centrale per l’agricoltura, e nel 1980 entrò nel Politburo. Era di gran lunga il più giovane in un gruppo dirigente di anziani.

In meno di tre anni morirono tre segretari generali: Brežnev nel 1982, Andropov nel 1984, Černenko nel marzo 1985. L’11 marzo 1985 il Politburo scelse Gorbaciov, che aveva cinquantaquattro anni. L’Unione Sovietica che ereditava aveva un’economia stagnante, una corsa agli armamenti costosissima e una guerra senza uscita in Afghanistan.

Perestrojka e glasnost: che cosa significano

La perestrojka doveva rendere più efficiente l’economia pianificata: più autonomia alle imprese, prime forme di attività privata e cooperative, meno ordini dall’alto. La glasnost doveva permettere di parlare dei problemi, criticare i funzionari, riaprire le pagine nascoste della storia sovietica, comprese le repressioni di Stalin.

La prova più dura arrivò il 26 aprile 1986, quando esplose un reattore della centrale nucleare di Černobyl’, in Ucraina. Per giorni le autorità tacquero o minimizzarono. Gorbaciov ne trasse una lezione: un sistema che nasconde le notizie non può funzionare. Alla fine dello stesso anno telefonò personalmente al fisico dissidente Andrej Sacharov, confinato a Gor’kij, per annunciargli che poteva tornare a Mosca. Un gesto impensabile pochi anni prima.

Le riforme economiche, però, non diedero i risultati sperati. I negozi restavano vuoti, i prezzi salivano, il vecchio sistema si inceppava prima che ne nascesse uno nuovo.

Gorbaciov, Reagan e la fine della guerra fredda

In politica estera i risultati furono enormi. Con il presidente americano Ronald Reagan si incontrò a Ginevra nel 1985 e a Reykjavík nel 1986, dove i due arrivarono vicini a un accordo per abolire le armi nucleari. Nel dicembre 1987 firmarono a Washington il trattato INF, che eliminava tutti i missili nucleari a raggio intermedio. Anche Margaret Thatcher, anticomunista convinta, lo considerava un interlocutore affidabile.

Nel febbraio 1989 gli ultimi soldati sovietici lasciarono l’Afghanistan, ponendo fine alla guerra sovietico-afghana. Nello stesso anno Polonia, Ungheria, Germania orientale, Cecoslovacchia, Bulgaria e Romania abbandonarono il comunismo. Mosca, a differenza del 1956 in Ungheria e del 1968 a Praga, non mandò i carri armati. Il 9 novembre 1989 cadde il Muro di Berlino; nell’ottobre 1990 la Germania si riunificò. Per questo nel 1990 Gorbaciov ricevette il premio Nobel per la pace.

Il golpe dell’agosto 1991

In patria la situazione precipitava. Le repubbliche baltiche chiedevano l’indipendenza, e nel gennaio 1991 a Vilnius un intervento delle truppe sovietiche causò morti tra i civili. Nel marzo 1990 Gorbaciov era stato eletto presidente dell’URSS dal Congresso dei deputati, ma il suo potere si stava sgretolando tra i conservatori del partito e i riformatori più radicali, guidati da Boris El’cin.

Il 19 agosto 1991, mentre era in vacanza in Crimea, un gruppo di dirigenti comunisti lo isolò nella sua villa e annunciò di aver preso il potere. A Mosca El’cin salì su un carro armato davanti al Parlamento e chiamò la popolazione alla resistenza. In tre giorni il colpo di Stato fallì. Gorbaciov tornò a Mosca, ma il vero vincitore era El’cin.

Le dimissioni e la fine dell’URSS

L’8 dicembre 1991 i leader di Russia, Ucraina e Bielorussia firmarono un accordo che dichiarava finita l’Unione Sovietica. Il 25 dicembre Gorbaciov annunciò in televisione le sue dimissioni. Quella sera la bandiera rossa fu ammainata dal Cremlino. Il racconto completo è nella scheda sulla dissoluzione dell’Unione Sovietica.

Dopo il potere: un giudizio diviso

Negli anni successivi Gorbaciov fondò una fondazione di studi politici e nel 1996 si candidò alla presidenza della Russia, ottenendo meno dell’uno per cento dei voti. Morì a Mosca il 30 agosto 2022, a novantuno anni.

In Occidente è ricordato come l’uomo che chiuse la guerra fredda senza una guerra. In Russia molti lo considerano responsabile del crollo di uno Stato e degli anni di crisi che seguirono. Le due immagini raccontano lo stesso uomo, visto da due lati diversi della guerra fredda.

Fonti e bibliografia per approfondire

  • Encyclopaedia Britannica, voce “Mikhail Gorbachev”
  • The Nobel Prize, biografia di Michail Gorbaciov, premio Nobel per la pace 1990
  • William Taubman, Gorbachev: His Life and Times, W. W. Norton, 2017

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