La guerra sovietico-afghana durò dal dicembre 1979 al febbraio 1989. Da una parte c’erano l’esercito dell’Unione Sovietica e il governo comunista di Kabul; dall’altra i mujaheddin, guerriglieri afghani divisi in molti gruppi, sostenuti da Stati Uniti, Pakistan, Arabia Saudita e altri paesi. Per Mosca fu una guerra lunga e senza vittoria, che qualcuno ha chiamato “il Vietnam sovietico”. Per l’Afghanistan fu l’inizio di decenni di guerra.
Le cause: il colpo di Stato del 1978
Nell’aprile 1978 un colpo di Stato portò al potere a Kabul il Partito democratico popolare, di ispirazione comunista. Il nuovo governo avviò riforme radicali: riforma agraria, alfabetizzazione obbligatoria anche per le donne, attacchi all’autorità dei capi religiosi e tribali. In un paese rurale e profondamente religioso, quelle riforme imposte dall’alto, spesso con la violenza, provocarono rivolte in molte province.
Il partito, poi, era diviso in due fazioni che si combattevano tra loro. Nell’autunno 1979 il presidente Taraki fu ucciso per ordine del suo rivale, Hafizullah Amin. A Mosca Amin non piaceva: lo giudicavano inaffidabile, e qualcuno sospettava che potesse avvicinarsi agli Stati Uniti.
L’invasione sovietica del dicembre 1979
Alla vigilia di Natale del 1979 le truppe sovietiche entrarono in Afghanistan. Il 27 dicembre reparti speciali assaltarono il palazzo presidenziale e uccisero Amin. Al suo posto fu messo Babrak Karmal, uomo della fazione rivale. Il Cremlino pensava a un intervento breve, per stabilizzare un governo amico ai suoi confini. Restò per oltre nove anni.
La reazione occidentale fu dura. Il presidente americano Carter dichiarò che gli Stati Uniti avrebbero difeso il Golfo Persico anche con la forza. Gli Stati Uniti e diversi alleati boicottarono le Olimpiadi di Mosca del 1980. L’Italia partecipò, ma i suoi atleti gareggiarono sotto la bandiera olimpica: fu lì che Pietro Mennea vinse l’oro nei 200 metri. La distensione della guerra fredda era finita.
I mujaheddin e la guerra sulle montagne
I sovietici controllavano le città e le strade principali, ma non le montagne. I mujaheddin colpivano i convogli e poi sparivano nelle valli. Tra i comandanti più noti c’era Ahmad Shah Massud, che difese la valle del Panjshir da numerose offensive sovietiche.
La guerriglia aveva retrovie sicure in Pakistan, dove si trovavano i campi profughi e i centri di addestramento. Da lì passavano armi e denaro: dagli Stati Uniti attraverso la CIA, dall’Arabia Saudita, dalla Cina. Il Pakistan del generale Zia ul-Haq, attraverso i suoi servizi segreti, decideva a quali gruppi distribuirli, e favoriva spesso i più radicali. Dal 1986 gli americani fornirono ai guerriglieri i missili portatili Stinger, che resero molto più rischioso l’uso di elicotteri e aerei sovietici. Il presidente Reagan li chiamava “combattenti per la libertà”.
Arrivarono anche migliaia di volontari dai paesi arabi, che vedevano la guerra come un jihad contro gli invasori atei. Tra loro c’era un giovane saudita, Osama bin Laden.
Il costo della guerra
I sovietici schierarono in Afghanistan più di 100.000 soldati per volta. In dieci anni ne morirono circa 15.000. Per l’Afghanistan il prezzo fu enormemente più alto. Le stime parlano di un milione di morti o più, in gran parte civili. Oltre cinque milioni di persone si rifugiarono in Pakistan e in Iran: per anni gli afghani furono la più grande popolazione di profughi del mondo. Interi villaggi furono distrutti, e il paese si riempì di mine.
In Unione Sovietica la guerra restò a lungo un argomento di cui non si parlava. I soldati morti tornavano a casa in bare di zinco sigillate, e la scrittrice Svetlana Aleksievič raccolse le voci dei reduci e delle loro madri in un libro intitolato proprio Ragazzi di zinco.
Il ritiro deciso da Gorbačëv
Quando Michail Gorbačëv arrivò al potere, nel 1985, la guerra pesava sul bilancio e sull’immagine dell’URSS. Nel 1986 la definì “una ferita sanguinante”. Al posto di Karmal fu messo Mohammad Najibullah, che tentò una politica di “riconciliazione nazionale”. Nell’aprile 1988 a Ginevra furono firmati gli accordi per il ritiro.
Il 15 febbraio 1989 l’ultimo generale sovietico, Boris Gromov, attraversò a piedi il ponte sull’Amu Darya che segna il confine. Pochi mesi dopo cadeva il Muro di Berlino, e due anni più tardi arrivò la dissoluzione dell’Unione Sovietica. Il fallimento afghano non ne fu la causa principale, ma contribuì a indebolire il regime.
Che cosa successe dopo
Il governo di Najibullah resistette, con gli aiuti di Mosca, fino al 1992. Poi i gruppi mujaheddin entrarono a Kabul e cominciarono a combattere tra loro. Nel caos crebbe il movimento dei talebani, che conquistò Kabul nel 1996. Proprio in quell’Afghanistan trovò rifugio al-Qaida.
Molti fili della storia recente partono da qui. Le armi rimaste, i combattenti stranieri e le reti create negli anni Ottanta sono tra le radici di al-Qaida, e quindi degli attentati dell’11 settembre 2001. Ne seguì una nuova guerra in Afghanistan, questa volta con gli Stati Uniti e i loro alleati sul terreno.
Fonti e bibliografia per approfondire
- Enciclopedia Treccani, voce “Afghanistan”
- Encyclopaedia Britannica, voce “Soviet-Afghan War”
- Rodric Braithwaite, Afgantsy: The Russians in Afghanistan 1979-89, Profile Books, 2011
- Steve Coll, Ghost Wars: The Secret History of the CIA, Afghanistan, and Bin Laden, Penguin Press, 2004