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Unione Sovietica

Epoca:

L’Unione Sovietica, cioè l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS), fu lo Stato comunista che esistette dal 1922 al 1991 sui territori dell’ex Impero russo. Si estendeva dal Baltico al Pacifico, su un sesto delle terre emerse, e riuniva oltre cento nazionalità. Per settant’anni fu il primo esperimento di Stato socialista della storia, poi una superpotenza che si contese il mondo con gli Stati Uniti. La sua storia è fatta di grandi trasformazioni e di enormi violenze, e va studiata tenendo insieme le due cose.

Come nacque l’Unione Sovietica?

Tutto cominciò con la rivoluzione russa. Nel febbraio 1917 lo zar Nicola II fu costretto ad abdicare; nell’ottobre dello stesso anno i bolscevichi guidati da Vladimir Lenin presero il potere a Pietrogrado. Seguì una guerra civile durissima tra l’Armata rossa e gli eserciti “bianchi”, con interventi stranieri, carestie e il terrore politico della polizia segreta, la Čeka. I bolscevichi vinsero, e il 30 dicembre 1922 Russia, Ucraina, Bielorussia e Transcaucasia firmarono il trattato che istituiva l’URSS.

Formalmente era una federazione di repubbliche con diritto di secessione. In realtà il potere apparteneva al Partito comunista, unico partito ammesso, che controllava Stato, esercito, economia e informazione.

L’URSS di Stalin: industrializzazione e terrore

Dopo la morte di Lenin, nel 1924, Josif Stalin eliminò i rivali e dalla fine degli anni Venti governò da solo. Abbandonò la NEP, la parziale libertà di mercato concessa da Lenin, e lanciò i piani quinquennali: in pochi anni sorsero acciaierie, dighe e città industriali. Le campagne furono collettivizzate con la forza. I contadini che resistevano, bollati come kulaki, furono deportati a centinaia di migliaia. Le requisizioni di grano provocarono nel 1932-33 una carestia con milioni di morti, soprattutto in Ucraina e Kazakistan.

Negli anni del Grande terrore, tra il 1937 e il 1938, furono arrestate oltre un milione e mezzo di persone e circa 680.000 furono fucilate, secondo i documenti degli archivi sovietici. Milioni passarono per i campi di lavoro del Gulag. Nello stesso tempo l’alfabetizzazione e l’istruzione si diffusero come mai prima, e una parte della popolazione visse quegli anni come un’epoca di ascesa sociale. Anche questo fa parte della storia.

La guerra e la vittoria del 1945

Nell’agosto 1939 Stalin firmò un patto di non aggressione con Hitler, con un protocollo segreto che divideva l’Europa orientale: l’URSS occupò la Polonia orientale, i paesi baltici e parte della Romania. Il 22 giugno 1941 la Germania attaccò. Nella Seconda guerra mondiale l’Unione Sovietica pagò il prezzo più alto: circa 27 milioni di morti, secondo le stime più citate. Dopo Stalingrado, nell’inverno 1942-43, l’Armata rossa avanzò fino a Berlino. La vittoria trasformò l’URSS in una potenza mondiale, con un controllo diretto sull’Europa centro-orientale.

Superpotenza nella Guerra fredda

Dopo il 1945 il mondo si divise in due blocchi. La Guerra fredda fu un confronto politico, militare e ideologico con gli Stati Uniti, combattuto con la corsa agli armamenti nucleari e con guerre in altri continenti. Nel 1949 l’URSS ebbe la sua bomba atomica, nel 1957 lanciò lo Sputnik, primo satellite artificiale, e nel 1961 Jurij Gagarin fu il primo uomo nello spazio.

Morto Stalin nel 1953, Nikita Chruščëv denunciò nel 1956, in un rapporto segreto al XX congresso del partito, i crimini del suo predecessore. Milioni di prigionieri tornarono dal Gulag. Ma la “destalinizzazione” aveva limiti precisi: lo stesso anno i carri armati sovietici schiacciarono la rivolta ungherese, e nel 1968 quelli del Patto di Varsavia misero fine alla Primavera di Praga.

Gli anni di Brežnev e la crisi

Con Leonid Brežnev, dal 1964 al 1982, l’URSS raggiunse la parità nucleare con gli Stati Uniti e garantì ai cittadini una certa stabilità. Ma l’economia pianificata rallentava: mancavano beni di consumo, l’agricoltura dipendeva dalle importazioni di grano, l’innovazione si fermava fuori dal settore militare. Il dissenso di scrittori e scienziati come Aleksandr Solženicyn e Andrej Sacharov fu represso. Nel 1979 l’intervento militare in Afghanistan aprì una guerra lunga e logorante.

Perché finì l’Unione Sovietica?

Nel 1985 divenne segretario del partito Michail Gorbačëv. Voleva salvare il sistema riformandolo: la perestrojka ristrutturava l’economia, la glasnost’ allentava la censura. Nel 1986 il disastro di Černobyl’ mostrò i limiti dell’apparato. La libertà di parola fece emergere i crimini del passato e le rivendicazioni delle nazionalità; nel 1989 i regimi comunisti dell’Europa orientale caddero uno dopo l’altro, senza che Mosca intervenisse.

Nell’agosto 1991 un gruppo di dirigenti conservatori tentò un colpo di Stato contro Gorbačëv. Fallì in tre giorni, anche per la resistenza guidata a Mosca da Boris El’cin, presidente della Russia. Le repubbliche proclamarono una dopo l’altra l’indipendenza. L’8 dicembre i leader di Russia, Ucraina e Bielorussia dichiararono finita l’URSS; il 25 dicembre Gorbačëv si dimise e la bandiera rossa fu ammainata dal Cremlino. La dissoluzione dell’Unione Sovietica avvenne quasi senza guerre, anche se nei decenni successivi molti conflitti sono nati proprio da quei confini.

In breve

L’Unione Sovietica modernizzò un paese in gran parte contadino, vinse la guerra contro il nazismo e diventò una superpotenza. Lo fece però attraverso una dittatura di partito, la repressione di massa e un’economia che alla fine non reggeva il confronto con l’Occidente. La sua eredità pesa ancora sui quindici Stati nati dalla sua fine, a cominciare da Russia e Ucraina.

Fonti e bibliografia per approfondire

  • Treccani, Enciclopedia, voce “URSS”
  • Andrea Graziosi, L’URSS di Lenin e Stalin. Storia dell’Unione Sovietica 1914-1945, Il Mulino, 2007
  • Andrea Graziosi, L’URSS dal trionfo al degrado. Storia dell’Unione Sovietica 1945-1991, Il Mulino, 2008
  • Archie Brown, The Rise and Fall of Communism, The Bodley Head, 2009

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