Klemens von Metternich (1773-1859) fu il ministro degli Esteri e poi cancelliere dell’Impero austriaco che, dopo la caduta di Napoleone, guidò il Congresso di Vienna e costruì l’ordine europeo della Restaurazione. Per oltre trent’anni cercò di fermare liberali, costituzionalisti e patrioti, convinto che ogni rivoluzione portasse al caos. Agli occhi di Mazzini e dei patrioti italiani era il nemico per eccellenza. Fu travolto dalla rivoluzione del 1848, quando dovette lasciare Vienna in fretta. Il suo nome è rimasto legato a un’intera epoca: si parla ancora di “sistema di Metternich”.
Un nobile renano davanti alla Rivoluzione francese
Metternich nacque il 15 maggio 1773 a Coblenza, sul Reno, figlio di un diplomatico al servizio degli Asburgo. Studiò a Strasburgo e a Magonza proprio negli anni della Rivoluzione francese. Vide da vicino i disordini e l’arrivo delle armate rivoluzionarie, che occuparono le terre della sua famiglia. Quell’esperienza giovanile spiega molto: per tutta la vita considerò la rivoluzione una malattia contagiosa.
Nel 1795 sposò Eleonore von Kaunitz, nipote del potente cancelliere di Maria Teresa. Il matrimonio gli aprì le porte della corte di Vienna.
Diplomatico contro Napoleone
La carriera fu rapidissima. Fu ambasciatore a Dresda, a Berlino e poi, dal 1806, a Parigi, dove conobbe da vicino Napoleone. Nel 1809, dopo l’ennesima sconfitta austriaca, divenne ministro degli Esteri. Aveva trentasei anni.
La sua strategia fu prima di tutto prudente. Invece di sfidare subito l’imperatore, favorì nel 1810 il matrimonio tra Napoleone e Maria Luisa, figlia dell’imperatore d’Austria. Comprava tempo. Nel giugno 1813, dopo la disastrosa campagna di Russia, incontrò Napoleone a Dresda in un colloquio durato ore e capì che non c’era accordo possibile. In agosto l’Austria entrò nella coalizione, e in ottobre a Lipsia le guerre napoleoniche presero la svolta decisiva.
Il Congresso di Vienna: il capolavoro di Metternich
Dal settembre 1814 al giugno 1815 i rappresentanti delle potenze europee si riunirono nella capitale austriaca. Metternich presiedeva il Congresso di Vienna e ne fu il regista, tra trattative segrete, ricevimenti e balli. Si diceva che il congresso “danza, ma non cammina”.
I principi erano due. La legittimità: sui troni dovevano tornare le dinastie spodestate dalla Rivoluzione e da Napoleone. L’equilibrio: nessuna potenza doveva diventare tanto forte da dominare le altre. All’Austria andarono il Lombardo-Veneto e un’influenza diretta su quasi tutta la penisola italiana, dove regnavano principi imparentati con gli Asburgo.
Santa Alleanza e congressi: il “sistema” della Restaurazione
Nel settembre 1815 lo zar Alessandro I propose la Santa Alleanza, un patto tra sovrani cristiani. Metternich, uomo pragmatico, la giudicava poco più di una dichiarazione solenne e vuota, ma la sfruttò. Più concreta fu la collaborazione tra le grandi potenze, che si riunirono in una serie di congressi per decidere insieme come reagire alle rivolte.
Così nacque il principio dell’intervento. Quando nel 1820-21 scoppiarono i moti a Napoli e in Piemonte, le truppe austriache entrarono in Italia e restaurarono i sovrani assoluti. Negli Stati tedeschi, dopo che uno studente nazionalista uccise lo scrittore Kotzebue, Metternich fece approvare nel 1819 i decreti di Karlsbad: censura sulla stampa, sorveglianza delle università, scioglimento delle associazioni studentesche.
Metternich e l’Italia: “un’espressione geografica”
Nel 1821 Metternich divenne cancelliere di Stato. Per l’Italia aveva idee chiare. In una nota diplomatica del 1847 scrisse che la parola “Italia” era soltanto un’espressione geografica. Non era un insulto improvvisato: per lui non esisteva una nazione italiana, ma un insieme di Stati legittimi da tenere in ordine.
Per i patrioti la sua politica significava polizia, processi e carcere. Silvio Pellico, arrestato nel 1820 per legami con la Carboneria, passò anni nella fortezza dello Spielberg, in Moravia, e raccontò la sua prigionia in Le mie prigioni, un libro che, si disse, danneggiò l’Austria più di una battaglia persa.
Il 1848: la caduta e la fuga
Il sistema resse alle rivoluzioni del 1830, ma non a quelle del 1848. Il 13 marzo, a Vienna, studenti e cittadini scesero in piazza. Quella sera stessa Metternich si dimise. Lasciò la città di nascosto e raggiunse l’Inghilterra, rifugio di tanti esuli che lui stesso aveva perseguitato. Tornò in Austria solo nel 1851, senza più incarichi. Morì a Vienna l’11 giugno 1859, pochi giorni dopo la battaglia di Magenta, che apriva la strada all’unità d’Italia.
Reazionario o uomo dell’equilibrio?
A scuola si impara spesso un Metternich tutto nero, simbolo della reazione. Gli storici di oggi lo vedono in modo più articolato. Represse senza esitazione libertà e nazionalità, ma l’ordine che costruì contribuì a evitare per decenni una guerra generale tra tutte le grandi potenze. Le due cose non si escludono, e capire come stiano insieme è il modo migliore per studiare la Restaurazione.
Fonti e bibliografia per approfondire
- Enciclopedia Italiana Treccani, voce “Metternich-Winneburg, Klemens Wenzel Lothar, conte, poi principe di”
- Encyclopaedia Britannica, voce “Klemens von Metternich”
- Mark Jarrett, The Congress of Vienna and its Legacy, I.B. Tauris, 2013
- Wolfram Siemann, Metternich: Strategist and Visionary, Harvard University Press, 2019