La battaglia di Stalingrado fu combattuta tra l’estate del 1942 e il 2 febbraio 1943 nella città sovietica di Stalingrado, sul fiume Volga (oggi Volgograd, in Russia). L’esercito tedesco cercò di conquistarla, ma dopo mesi di combattimenti casa per casa fu circondato dall’Armata Rossa e costretto alla resa. Fu una delle battaglie più sanguinose della storia e il principale punto di svolta della Seconda guerra mondiale sul fronte orientale: da quel momento l’iniziativa passò ai sovietici.
Battaglia di Stalingrado: riassunto
Nel giugno 1942 la Germania lanciò una grande offensiva nel sud dell’Unione Sovietica. La 6ª armata del generale Friedrich Paulus raggiunse il Volga a fine agosto ed entrò a Stalingrado, conquistando gran parte della città distrutta dai bombardamenti. I difensori sovietici, però, resistettero lungo la riva del fiume. Il 19 novembre l’Armata Rossa contrattaccò a nord e a sud della città e in quattro giorni circondò i tedeschi. Dopo il fallimento dei tentativi di soccorso, il 31 gennaio 1943 Paulus si arrese; gli ultimi reparti cessarono di combattere il 2 febbraio.
Le cause e gli obiettivi tedeschi
Dopo il fallimento dell’attacco a Mosca nell’inverno 1941, Hitler decise di concentrare lo sforzo nel sud. L’obiettivo principale dell’operazione “Blu” erano i pozzi di petrolio del Caucaso, indispensabili per continuare la guerra. Stalingrado era un importante centro industriale e un nodo dei trasporti sul Volga; inoltre portava il nome di Stalin, e per entrambi i dittatori la sua conquista o la sua difesa divenne una questione di prestigio. Nel luglio 1942 Stalin emanò l’ordine n. 227, noto con lo slogan “Neanche un passo indietro”, che vietava le ritirate senza autorizzazione.
La lotta casa per casa
Il 23 agosto 1942 l’aviazione tedesca bombardò pesantemente la città, uccidendo migliaia di civili. Nelle settimane seguenti i combattimenti si spostarono tra le rovine: strade, edifici, fabbriche e cantine diventarono campi di battaglia. La 62ª armata sovietica del generale Vasilij Čujkov difendeva una stretta fascia lungo il Volga, ricevendo rinforzi con barche che attraversavano il fiume sotto il fuoco nemico. Divennero famosi luoghi come la collina del Mamaev Kurgan, la fabbrica di trattori e la “casa di Pavlov”, un edificio difeso per settimane da un piccolo gruppo di soldati. I tedeschi chiamarono questi scontri Rattenkrieg, “guerra dei topi”.
L’operazione Urano e l’accerchiamento
Mentre i tedeschi si logoravano in città, i comandanti sovietici Georgij Žukov e Aleksandr Vasilevskij prepararono in segreto una controffensiva. Il 19 novembre 1942 l’operazione Urano colpì i fianchi del fronte, difesi soprattutto da truppe romene meno armate. Il 23 novembre le due tenaglie sovietiche si congiunsero presso Kalač: circa 250.000-300.000 soldati dell’Asse erano intrappolati. Hitler vietò a Paulus di tentare una ritirata. Il rifornimento per via aerea promesso da Göring si rivelò del tutto insufficiente, e a dicembre il tentativo di soccorso del feldmaresciallo Erich von Manstein fu fermato a poche decine di chilometri dalla sacca.
La ritirata dell’ARMIR
La controffensiva sovietica colpì anche le truppe italiane inviate da Mussolini in Russia. Nel dicembre 1942 l’Armata italiana in Russia (ARMIR), schierata sul fiume Don, fu travolta. Nel gennaio 1943 iniziò una tragica ritirata nella neve, a temperature bassissime: decine di migliaia di soldati italiani morirono o furono fatti prigionieri.
La resa di Paulus
Nella sacca i soldati tedeschi soffrivano la fame, il freddo e le malattie. Il 30 gennaio 1943 Hitler nominò Paulus feldmaresciallo, sperando che preferisse la morte alla resa, ma il giorno dopo Paulus si arrese nel sotterraneo di un grande magazzino del centro, dove aveva il suo quartier generale. Circa 91.000 soldati furono fatti prigionieri; solo poche migliaia di loro tornarono in Germania dopo la guerra.
Le conseguenze della battaglia di Stalingrado
- la svolta della guerra a est: la Germania perse un’intera armata e non riuscì più a riprendere l’iniziativa in modo duraturo;
- perdite enormi: secondo molte stime, tra morti, feriti e prigionieri le due parti persero insieme quasi due milioni di uomini, a cui si aggiungono le vittime civili;
- un effetto sul morale: insieme alla battaglia di El Alamein, Stalingrado mostrò al mondo che l’Asse poteva essere sconfitto;
- l’avanzata sovietica: dopo la battaglia di Kursk nell’estate 1943, l’Armata Rossa avanzò verso ovest, mentre nel 1944 gli Alleati aprirono un nuovo fronte con lo sbarco in Normandia.
La memoria di Stalingrado
Nel 1961 la città fu ribattezzata Volgograd. Sulla collina del Mamaev Kurgan, dove si combatté per mesi, nel 1967 fu inaugurato un grande complesso commemorativo dominato dalla statua “La Madre Patria chiama”. In molti Paesi europei piazze e strade portano il nome di Stalingrado, a ricordo di una battaglia che fu vissuta come l’inizio della liberazione dell’Europa dal nazismo.
Nota sulle fonti
La ricostruzione utilizza cronologie della seconda guerra mondiale, studi sul fronte orientale, testimonianze e fonti tedesche e sovietiche pubblicate dopo l’apertura degli archivi. Le cifre variano perché bisogna distinguere la battaglia urbana, l’accerchiamento e l’intera campagna del Caucaso. Le ricostruzioni indicano quindi intervalli e non una cifra unica definitiva.
