Età antica · Antica Roma
Il conflitto tra patrizi e plebei, chiamato anche “lotta degli ordini”, è la lunga contesa politica che nella Roma repubblicana oppose le famiglie aristocratiche, i patrizi, al resto dei cittadini, i plebei, tra il 494 e il 287 avanti Cristo. Con scioperi, secessioni e trattative, i plebei ottennero i tribuni della plebe, le leggi scritte delle XII Tavole, l’accesso al consolato e infine il valore di legge per le decisioni delle loro assemblee. Senza una rivoluzione sanguinosa, durò più di due secoli.
Chi erano i patrizi e chi i plebei
I patrizi erano i discendenti dei patres, i capi delle famiglie più antiche, quelle che sedevano in Senato già al tempo dei re. Possedevano molte terre, avevano il monopolio delle cariche pubbliche e dei sacerdozi, e conoscevano le leggi, che non erano scritte e venivano interpretate da loro. All’inizio non potevano nemmeno sposarsi con i plebei.
I plebei erano tutti gli altri: piccoli contadini, artigiani, commercianti, ma anche famiglie ricche di origine straniera o arrivate più tardi. Combattevano nell’esercito, pagavano i tributi, ma non contavano quasi nulla. Attenzione: “plebeo” non voleva dire necessariamente povero. Molti plebei erano benestanti, e furono proprio loro a guidare la lotta. I poveri volevano terre e la fine della schiavitù per debiti; i ricchi volevano le cariche. Due obiettivi diversi, che si sommavano.
La secessione dell’Aventino e l’apologo di Menenio Agrippa
Nel 494 a.C., secondo la tradizione, Roma è in guerra e i plebei, stanchi dei debiti e delle prepotenze, fanno una cosa semplice e devastante: se ne vanno. Abbandonano in massa la città e si ritirano sul Monte Sacro, o sull’Aventino secondo un’altra versione. Senza di loro non c’è esercito, non c’è lavoro nei campi, non c’è città. È la prima secessione, una specie di sciopero generale dell’antichità.
Il Senato manda a trattare Menenio Agrippa, che racconta loro una favola. Un giorno le membra del corpo si ribellarono allo stomaco, che secondo loro se ne stava fermo a godersi il cibo che esse procuravano. Smisero di lavorare. E così, mentre volevano punire lo stomaco, si indebolirono tutte. La morale era chiara: patrizi e plebei hanno bisogno gli uni degli altri. I plebei tornarono. Ma non a mani vuote.
I tribuni della plebe
Il primo risultato della secessione furono i tribuni della plebe, magistrati eletti solo dai plebei, prima due, poi dieci. Avevano un potere straordinario: il diritto di veto, cioè potevano bloccare qualsiasi decisione di un magistrato o del Senato che danneggiasse un plebeo, semplicemente pronunciando la parola veto, “mi oppongo”. Ed erano sacrosanti: chi li toccava poteva essere ucciso impunemente.
I plebei crearono anche una loro assemblea, il concilium plebis, che eleggeva i tribuni e votava decisioni chiamate plebisciti. Una specie di Stato nello Stato, all’interno della Repubblica.
Le leggi delle XII Tavole
Finché le leggi non erano scritte, i giudici patrizi potevano interpretarle a loro favore. I plebei chiesero quindi leggi pubbliche, uguali per tutti. Nel 451-450 a.C. una commissione di dieci uomini, i decemviri, le mise per iscritto su dodici tavole di bronzo esposte nel Foro. Si racconta che, prima, una delegazione fosse andata in Grecia a studiare le leggi di Solone ad Atene.
Le tavole originali andarono perdute, forse nell’incendio gallico, ma ne conosciamo molti frammenti citati da autori più tardi. Sono leggi dure, di una società di contadini: regole sui debiti, sui confini dei campi, sui furti, sull’eredità. Chi non pagava i debiti poteva essere venduto come schiavo “oltre il Tevere”. Chi rompeva un osso a un altro pagava una multa; ma per un arto mutilato valeva il taglione. Cicerone racconta che da ragazzo, a scuola, le doveva imparare a memoria come una poesia.
Le conquiste successive: matrimoni, debiti, consolato
Passo dopo passo, i plebei ottennero altro. Nel 445 a.C. la legge Canuleia permise i matrimoni misti tra patrizi e plebei. Nel 367 a.C. le leggi Licinie Sestie stabilirono che uno dei due consoli potesse essere plebeo, e misero un limite alla quantità di terra pubblica che un singolo poteva occupare. Il primo console plebeo fu Lucio Sestio Laterano, nel 366 a.C. Nel 326 a.C. fu abolita la schiavitù per debiti, il nexum. Poi i plebei arrivarono alla pretura, alla censura, ai sacerdozi.
L’ultimo passo arrivò dopo un’altra secessione, nel 287 a.C., con la legge Ortensia: i plebisciti votati dall’assemblea della plebe ebbero valore di legge per tutti i cittadini, patrizi compresi.
Chi ha vinto davvero?
Sembra una storia a lieto fine. In parte lo è. Ma guardate il risultato da vicino. Le famiglie plebee più ricche entrarono nelle magistrature e nel Senato, si sposarono con quelle patrizie e formarono insieme una nuova classe dirigente, la nobilitas: i “conosciuti”, quelli che avevano avuto un console in famiglia. Per un uomo nuovo, un homo novus senza antenati famosi, diventare console restò difficilissimo. Cicerone fu uno dei pochi a riuscirci, nel 63 a.C.
La massa dei plebei poveri ottenne protezione e diritti, ma non il potere. E il problema della terra non fu risolto. Riesploderà nel II secolo a.C. con i Gracchi, e poi con Mario e Silla.
Il contesto delle guerre di quei secoli, in cui i plebei erano indispensabili come soldati, è nella scheda sull’espansione romana e su come si organizzava l’esercito. Il percorso completo è nell’indice per la prima.
Fonti per approfondire
Le voci di Wikipedia “Conflitto degli ordini” e “Leggi delle XII tavole”. L’apologo di Menenio Agrippa è raccontato da Tito Livio, Ab Urbe condita, libro II.