Codice di Hammurabi

Un percorso tematico per collegare luoghi, società, idee e trasformazioni storiche attraverso le schede dell’archivio.

Riassunto · Devi ripassare in fretta? Leggi Codice di Hammurabi: riassunto breve, con date, cause e conseguenze. Qui sotto trovi invece la spiegazione completa.

Età antica · Mesopotamia

Il Codice di Hammurabi è una raccolta di 282 leggi fatta incidere dal re di Babilonia Hammurabi, che regnò dal 1792 al 1750 avanti Cristo, su una grande stele di basalto nero. È la raccolta di leggi più completa che ci sia arrivata dal Vicino Oriente antico, e contiene la formula che tutti conoscono anche senza averla mai studiata: occhio per occhio, dente per dente.

La stele originale è al Louvre di Parigi. È alta più di due metri, e quando la si vede dal vero fa un certo effetto: le righe di cuneiforme coprono quasi tutta la superficie, fitte come un muro.

Com’è fatta la stele

In alto c’è un rilievo. Hammurabi, in piedi, alza la mano davanti a Shamash, il dio del sole e della giustizia, seduto sul trono, con raggi che gli escono dalle spalle. Il dio gli porge due oggetti, probabilmente un bastone e un anello di misura, simboli del potere di governare con equità. Il messaggio non ha bisogno di traduzione: le leggi vengono dal re, ma il re è autorizzato dagli dèi.

Sotto, il testo si divide in tre parti. Un prologo in cui Hammurabi elenca le città conquistate e i templi restaurati, e dichiara di essere stato chiamato “a far apparire la giustizia nel paese, a distruggere il malvagio, perché il forte non opprima il debole”. Poi le leggi. Infine un epilogo che maledice chiunque osi cancellarle o cambiarle.

Dove è stato trovato (e perché non a Babilonia)

Qui c’è un piccolo giallo. La stele non è stata scoperta in Mesopotamia, ma a Susa, nell’attuale Iran, durante gli scavi di una missione archeologica francese tra il 1901 e il 1902. Come ci era finita? Verso il 1150 a.C. il re elamita Shutruk-Nakhunte saccheggiò le città babilonesi e se la portò a casa come trofeo, insieme alla Stele di Naram-Sin. Probabilmente fece anche cancellare alcune righe per scriverci il suo nome, che però non c’è: quella fascia è rimasta liscia.

Che cosa dicono le leggi: alcuni esempi

Le leggi hanno quasi tutte la stessa forma. “Se un uomo fa questo, allora gli succederà quest’altro.” Non sono principi generali, come “è vietato rubare”, ma casi concreti, come in una raccolta di sentenze. E coprono un po’ tutto.

Ci sono le leggi sui furti e sulle false accuse: chi accusa qualcuno di omicidio senza provarlo viene messo a morte, recita la prima legge. Ci sono quelle sull’agricoltura e sui canali: se un contadino trascura il suo argine e l’acqua allaga i campi del vicino, deve risarcire il grano perduto. Ci sono i prestiti e gli interessi, i salari di braccianti e pastori, le tariffe dei medici. E un’ampia parte sulla famiglia: matrimonio, dote, divorzio, eredità, adozione.

La legge che i ragazzi ricordano sempre riguarda i costruttori. Se un muratore costruisce una casa che crolla e uccide il proprietario, il muratore viene ucciso. Se muore il figlio del proprietario, muore il figlio del muratore. Brutale? Senz’altro. Ma era un modo efficace per far sì che le case si costruissero bene.

La legge del taglione: occhio per occhio

Le leggi 196 e 197 dicono che chi cava un occhio a un uomo libero perde un occhio, e chi gli rompe un osso subisce la stessa sorte; la 200 fa lo stesso con i denti. È il principio del taglione, dal latino talis, “tale”: la pena uguale al danno.

A noi sembra una legge feroce. Pensatela però al contrario, come limite: non puoi uccidere chi ti ha cavato un occhio, né sterminarne la famiglia. Puoi chiedere solo un occhio. In società dove le offese si vendicavano spesso con faide infinite, era un tentativo di mettere un tetto alla vendetta. La stessa formula, del resto, la ritrovate nella Bibbia, nel libro dell’Esodo.

Uguali davanti alla legge? Le tre classi sociali

No, e questo è forse il punto più importante da capire. Il codice distingue tre gruppi. Gli awilum, uomini liberi a pieno titolo. I muškenum, liberi ma di condizione inferiore, forse legati al palazzo. I wardum, gli schiavi.

La pena cambia a seconda di chi è la vittima. Il taglione vale tra awilum. Se l’occhio cavato è quello di un muškenum, basta pagare una mina d’argento. Se è di uno schiavo, si paga al padrone metà del valore dello schiavo stesso. Dietro la giustizia, insomma, c’è una società rigidamente gerarchica: lo stesso danno “vale” in modo diverso a seconda della persona.

È davvero il primo codice di leggi della storia?

No, anche se i manuali di una volta lo presentavano così. Il codice di Ur-Nammu, re di Ur, è più antico di circa tre secoli, e ci sono altre raccolte più vecchie, come quella di Lipit-Ishtar di Isin. Hammurabi ne è il più famoso, il più lungo e il meglio conservato.

Gli studiosi discutono anche su come si usasse davvero. Nei documenti giudiziari dell’epoca i giudici raramente citano il codice. Forse era soprattutto un monumento politico: il ritratto di un re giusto, da mostrare ai sudditi e agli dèi. Questo non lo rende meno prezioso. Ci dice come una società di quasi quattromila anni fa immaginava la giustizia.

Per il regno di Hammurabi e il resto della storia di Babilonia vedete la scheda sui Babilonesi; sulla scrittura con cui è inciso, quella sul cuneiforme. Interessante il confronto con le leggi dell’Esodo e, molto più avanti, con le prime leggi scritte di Roma nel conflitto tra patrizi e plebei. Tutti gli argomenti sono nell’indice per la prima.

Fonti per approfondire

La voce “Codice di Hammurabi” di Wikipedia riporta struttura e numerazione delle leggi. Per un inquadramento storico, il saggio Treccani “La stele di Hammurabi e le antiche leggi”, dalla Storia della civiltà europea a cura di Umberto Eco.

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