Il Congresso di Vienna

Un percorso tematico per collegare luoghi, società, idee e trasformazioni storiche attraverso le schede dell’archivio.

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Il congresso di Vienna fu la grande conferenza diplomatica che, fra il settembre 1814 e il giugno 1815, ridisegnò la carta d’Europa dopo la caduta di Napoleone. Per più di vent’anni le guerre rivoluzionarie e napoleoniche avevano abbattuto re, spostato confini, creato e cancellato stati. A Vienna i vincitori cercarono di rimettere ordine, e l’assetto che decisero durò, con varie crepe, per quasi mezzo secolo.

Chi c’era a Vienna

A decidere davvero erano in pochi. Il padrone di casa era il ministro austriaco Klemens von Metternich; accanto a lui lo zar Alessandro I di Russia, che trattava spesso di persona, il ministro inglese lord Castlereagh e il cancelliere prussiano Hardenberg. La Francia sconfitta mandò Charles-Maurice de Talleyrand, un diplomatico abilissimo che aveva servito la Rivoluzione, Napoleone e ora il re Luigi XVIII. Riuscì a inserirsi nelle discussioni fra le potenze vincitrici, sfruttandone le rivalità.

Intorno ai negoziati c’era una lunga stagione di balli, concerti e cacce, che i viennesi pagarono cari. A un vecchio aristocratico, il principe di Ligne, si attribuisce la battuta più famosa: “Il congresso danza, ma non cammina”. Le decisioni si prendevano infatti in riunioni riservate, lontano dai saloni.

Legittimità ed equilibrio

Due idee guidarono i diplomatici. La prima era il principio di legittimità: sui troni dovevano tornare le dinastie che li occupavano prima della Rivoluzione. In Francia i Borbone, in Spagna Ferdinando VII, a Napoli Ferdinando di Borbone. È l’inizio di quella che chiamiamo Restaurazione. La seconda era l’equilibrio: nessuna potenza doveva diventare abbastanza forte da dominare le altre, come aveva fatto la Francia napoleonica. Era un’idea antica nella diplomazia europea, che risaliva almeno alla pace di Westfalia del 1648.

Nella pratica, però, la legittimità veniva applicata quando conveniva. La Repubblica di Genova e quella di Venezia, antichissime, non furono restaurate: Genova passò al Regno di Sardegna, Venezia all’Austria. Nessuno chiese il parere delle popolazioni.

I cento giorni e Waterloo

Il 1º marzo 1815, mentre a Vienna si litigava su Polonia e Sassonia, Napoleone fuggì dall’isola d’Elba e sbarcò in Francia. In pochi giorni era di nuovo a Parigi. Le potenze misero da parte i contrasti e si coalizzarono ancora una volta. L’Atto finale del congresso fu firmato il 9 giugno 1815; nove giorni dopo Napoleone venne sconfitto definitivamente nella battaglia di Waterloo e mandato in esilio a Sant’Elena, nell’Atlantico.

La nuova carta d’Europa

La Russia ottenne gran parte della Polonia, con un regno affidato allo zar. La Prussia si allargò in Renania, ai confini con la Francia. Belgio e Olanda furono uniti nel Regno dei Paesi Bassi, come barriera a nord. Al posto del Sacro Romano Impero, sciolto nel 1806, nacque una Confederazione germanica di 39 stati sotto la presidenza austriaca. La Svizzera ottenne il riconoscimento della neutralità permanente. Il congresso approvò anche una dichiarazione di condanna della tratta degli schiavi, voluta soprattutto dagli inglesi, anche se senza obblighi concreti.

Dopo il congresso: Santa Alleanza e congressi

Nel settembre 1815 lo zar Alessandro I propose ai sovrani di Austria e Prussia un patto dal tono quasi religioso, la Santa Alleanza: i monarchi si impegnavano a governare secondo i principi cristiani e ad aiutarsi a vicenda. Castlereagh lo definì in privato “un pezzo di sublime misticismo e di sciocchezze”, e l’Inghilterra non lo firmò. Più concreta fu la Quadruplice Alleanza fra Gran Bretagna, Austria, Prussia e Russia, che prevedeva incontri periodici. Nei congressi di Troppau e Lubiana, nel 1820 e 1821, le potenze decisero di intervenire contro le rivoluzioni scoppiate a Napoli e in Piemonte: furono le truppe austriache a ristabilire l’ordine. Era il “sistema Metternich”: la pace fra gli stati, ma anche la repressione dei liberali e delle nazionalità.

L’Italia dopo Vienna

Per la penisola le conseguenze furono pesanti. Lombardia e Veneto formarono il Regno Lombardo-Veneto, governato direttamente da Vienna. Toscana, Modena e Parma andarono a principi legati agli Asburgo: Parma toccò a Maria Luigia, la moglie di Napoleone. Il papa riebbe lo Stato Pontificio, i Borbone il Sud. Il Regno di Sardegna, con la Liguria, era l’unico stato di una certa forza guidato da una dinastia italiana. Molti anni dopo, nel 1847, Metternich avrebbe scritto che l’Italia era soltanto “un’espressione geografica”. Proprio contro questo assetto nacquero le società segrete, i moti e infine il movimento che portò all’Unità d’Italia.

Domande frequenti

Quando si svolse il congresso di Vienna? Dal settembre 1814 al 9 giugno 1815, giorno della firma dell’Atto finale.

Quali erano i principi del congresso? Il principio di legittimità, cioè il ritorno delle dinastie spodestate, e quello dell’equilibrio fra le grandi potenze.

Fonti per approfondire

Scheda UNESCO sull’Atto finale del congresso di Vienna (Memoria del mondo, Austria); il testo a stampa del 1815 nella Library of Congress.

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