Il conflitto israelo-palestinese è la contesa tra israeliani e palestinesi per la stessa terra, quella compresa tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo. Due popoli rivendicano lo stesso territorio, e ciascuno lo considera la propria patria storica. Non è una guerra di religione, anche se la religione vi pesa molto: nasce alla fine dell’Ottocento come scontro tra due movimenti nazionali. In questa scheda seguiamo le tappe principali, dai tempi dell’Impero ottomano fino a oggi, cercando di separare i fatti accertati dalle interpretazioni delle parti. Le guerre tra Israele e gli Stati arabi vicini sono raccontate a parte, nella scheda sulle guerre arabo-israeliane.
Da dove nasce il conflitto tra Israele e Palestina?
Per quattro secoli, dal 1516 al 1917, la Palestina fece parte dell’Impero ottomano. Non era uno Stato e neppure una provincia unica: era divisa in distretti amministrati da Istanbul e da Beirut, con Gerusalemme governata direttamente dalla capitale dalla fine dell’Ottocento. Gli abitanti erano in grande maggioranza arabi. Alla vigilia della Prima guerra mondiale circa l’80 per cento della popolazione era musulmana, il resto in buona parte cristiano; gli ebrei erano una minoranza, concentrata soprattutto a Gerusalemme, Safed, Tiberiade ed Hebron.
In Europa, intanto, era nato il sionismo: la risposta di una parte degli ebrei europei all’antisemitismo, ai pogrom nell’Impero russo e al fallimento della promessa di piena integrazione. Il giornalista viennese Theodor Herzl pubblicò nel 1896 Lo Stato ebraico e l’anno dopo riunì a Basilea il primo Congresso sionista. L’obiettivo era una patria per il popolo ebraico in Palestina, la terra dell’antico Israele. Le prime ondate di immigrazione, dal 1882, portarono alcune decine di migliaia di persone, che fondarono colonie agricole e acquistarono terre.
Nello stesso periodo si risvegliava anche il nazionalismo arabo. Intellettuali di Beirut, Damasco e del Cairo rivendicavano la lingua e la cultura araba contro il governo turco. In Palestina giornali come Filastin, fondato a Giaffa nel 1911, cominciarono presto a guardare con preoccupazione all’immigrazione sionista e all’acquisto delle terre. Due progetti nazionali crescevano così sulla stessa terra, quasi in contemporanea.
Le promesse della Prima guerra mondiale: McMahon, Sykes-Picot e Balfour
La Prima guerra mondiale cambiò tutto. L’Impero ottomano combatteva a fianco della Germania, e la Gran Bretagna cercava alleati per abbatterlo. Tra il 1915 e il 1916 l’alto commissario britannico in Egitto, Henry McMahon, scambiò una serie di lettere con lo sceriffo della Mecca, Hussein: in cambio di una rivolta araba contro i turchi, Londra si impegnava a sostenere l’indipendenza araba. I confini promessi erano però vaghi, e ancora oggi si discute se la Palestina vi fosse inclusa. La rivolta araba scoppiò nel giugno 1916.
Nel maggio dello stesso anno, in segreto, Gran Bretagna e Francia avevano firmato l’accordo Sykes-Picot, che divideva il Medio Oriente ottomano in zone di influenza. La Palestina vi compariva come area sotto amministrazione internazionale. Poi, il 2 novembre 1917, il ministro degli Esteri Arthur Balfour scrisse a Lord Rothschild che il governo britannico vedeva con favore “la creazione in Palestina di un focolare nazionale per il popolo ebraico”, senza pregiudicare i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche. Quelle comunità erano la grande maggioranza degli abitanti, ma nel testo non venivano nominate. A dicembre le truppe britanniche entrarono a Gerusalemme.
Tre impegni diversi, difficili da conciliare. Molti storici li considerano una delle radici del conflitto.
Il Mandato britannico e la grande rivolta araba
Nel 1920, alla conferenza di Sanremo, la Palestina fu affidata alla Gran Bretagna; nel 1922 la Società delle Nazioni approvò il Mandato, che riprendeva il testo della dichiarazione Balfour. Negli anni seguenti l’immigrazione ebraica crebbe, soprattutto dopo l’arrivo di Hitler al potere nel 1933. La comunità ebraica si diede istituzioni proprie, con sindacati, scuole e una milizia, l’Haganah.
Gli scontri tra le due comunità esplosero più volte: nel 1920, nel 1921, nel 1929, quando a Hebron furono uccisi decine di ebrei. Nel 1936 cominciò la grande rivolta araba, con uno sciopero generale e poi una guerriglia contro i britannici e contro gli insediamenti ebraici. Durò fino al 1939 e fu repressa duramente: migliaia di arabi morirono e la loro leadership politica uscì decimata. Nel 1937 la commissione Peel propose per la prima volta di dividere il paese in due Stati. Nel 1939, con il Libro bianco, Londra limitò invece l’immigrazione ebraica, proprio mentre in Europa la persecuzione nazista diventava sterminio.
Cosa successe nel 1947 e nel 1948?
Dopo la Shoah e la Seconda guerra mondiale, la pressione per uno Stato ebraico divenne fortissima. La Gran Bretagna, logorata anche dagli attentati di gruppi armati sionisti come l’Irgun, rimise la questione alle Nazioni Unite. Il 29 novembre 1947 l’Assemblea generale approvò la risoluzione 181: la Palestina sarebbe stata divisa in uno Stato ebraico e uno arabo, con Gerusalemme sotto regime internazionale. Votarono a favore 33 Stati, contro 13, gli astenuti furono 10. La dirigenza sionista accettò il piano; i leader arabi palestinesi e gli Stati arabi lo respinsero, sostenendo che violava il diritto della maggioranza degli abitanti a decidere.
Subito dopo il voto scoppiò una guerra civile tra le due comunità. Il 14 maggio 1948, alla scadenza del Mandato, David Ben-Gurion proclamò a Tel Aviv l’indipendenza dello Stato di Israele. Il giorno dopo intervennero gli eserciti di Egitto, Transgiordania, Siria, Iraq e Libano. Quando la guerra finì, con gli armistizi del 1949, Israele controllava circa il 78 per cento del territorio del Mandato. La Cisgiordania e Gerusalemme Est passarono alla Giordania, la Striscia di Gaza all’Egitto.
Per gli israeliani il 1948 è la guerra d’indipendenza. Per i palestinesi è la Nakba, la “catastrofe”: tra 700.000 e 750.000 persone fuggirono o furono espulse dalle loro case, e centinaia di villaggi furono svuotati e poi distrutti. Il ritorno non fu loro concesso. Nascevano così la questione dei rifugiati, di cui da allora si occupa un’agenzia ONU apposita, l’UNRWA, e un altro esodo meno ricordato: nei decenni seguenti circa 800.000 ebrei lasciarono i paesi arabi, molti dei quali si stabilirono in Israele.
Cosa cambiò con la guerra del 1967?
Nel giugno 1967, nella guerra dei Sei giorni, Israele sconfisse Egitto, Giordania e Siria e occupò la Cisgiordania, Gerusalemme Est, la Striscia di Gaza, il Sinai e le alture del Golan. Per la prima volta tutta la terra contesa era sotto il controllo israeliano, e oltre un milione di palestinesi si trovò a vivere sotto occupazione militare. Il 22 novembre il Consiglio di sicurezza approvò la risoluzione 242. Chiedeva il ritiro israeliano “da territori occupati” e il diritto di ogni Stato della regione a vivere in pace entro confini sicuri e riconosciuti. È la formula “terra in cambio di pace”, su cui si basano quasi tutti i negoziati successivi.
Nei territori occupati Israele cominciò a costruire insediamenti, cioè quartieri e cittadine abitati da israeliani. Oggi, secondo le stime delle Nazioni Unite, i coloni in Cisgiordania e a Gerusalemme Est sono circa 700.000. Per la grande maggioranza degli Stati e per il Consiglio di sicurezza, con la risoluzione 2334 del 2016, gli insediamenti violano il diritto internazionale; Israele contesta questa lettura e considera la Cisgiordania un territorio conteso. Nel luglio 2024 la Corte internazionale di giustizia ha dichiarato in un parere consultivo che la presenza israeliana nei territori occupati è illegittima.
Intanto i palestinesi si erano dati una rappresentanza politica, l’Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP), nata nel 1964 e guidata dal 1969 da Yasser Arafat. Per anni praticò la lotta armata, compresi attentati terroristici all’estero.
Le intifade e gli accordi di Oslo
Nel dicembre 1987, a Gaza, cominciò la prima intifada, la “rivolta delle pietre”: manifestazioni, scioperi, scontri tra ragazzi e soldati. Durò fino al 1993. In quegli stessi mesi nacque Hamas, movimento islamista legato ai Fratelli musulmani, che rifiutava l’esistenza di Israele.
Dopo trattative segrete in Norvegia, il 13 settembre 1993 il premier israeliano Yitzhak Rabin e Arafat si strinsero la mano alla Casa Bianca. Con gli accordi di Oslo Israele e OLP si riconobbero a vicenda. Nacque l’Autorità nazionale palestinese, che ebbe un’autonomia limitata su parti di Gaza e della Cisgiordania, divisa poi in aree A, B e C. Le questioni più difficili, cioè confini, Gerusalemme, rifugiati e insediamenti, furono rinviate a un accordo finale.
Quell’accordo non arrivò. Gli attentati suicidi di Hamas e della Jihad islamica colpirono le città israeliane; un colono israeliano uccise 29 palestinesi in preghiera a Hebron nel 1994. Il 4 novembre 1995 Rabin fu assassinato a Tel Aviv da un estremista israeliano contrario agli accordi.
Perché la pace non è arrivata? Camp David e la seconda intifada
Nel luglio 2000 il presidente americano Bill Clinton riunì a Camp David il premier israeliano Ehud Barak e Arafat. Il vertice fallì, soprattutto su Gerusalemme e sul diritto al ritorno dei rifugiati, e le due parti si accusano ancora oggi a vicenda di quel fallimento. A fine settembre la visita del leader dell’opposizione Ariel Sharon sulla Spianata delle moschee, che gli ebrei chiamano Monte del Tempio, accompagnò lo scoppio della seconda intifada. Fu molto più violenta della prima, tra attentati suicidi e operazioni militari: in cinque anni morirono migliaia di palestinesi e circa mille israeliani. Israele cominciò a costruire una barriera di separazione in Cisgiordania.
Chi governa Gaza? Il ritiro del 2005 e Hamas
Nel 2005 il governo Sharon ritirò dalla Striscia di Gaza l’esercito e circa ottomila coloni, mantenendo però il controllo dei confini, dello spazio aereo e del mare. Nel gennaio 2006 Hamas vinse le elezioni legislative palestinesi. Seguirono mesi di scontri con Fatah, il partito di Arafat (morto nel 2004) e del suo successore Mahmoud Abbas. Nel giugno 2007 Hamas prese il controllo di Gaza con la forza. Da allora i palestinesi sono divisi: l’Autorità nazionale governa parti della Cisgiordania, Hamas governava Gaza, che Israele ed Egitto sottoposero a blocco. Tra il 2008 e il 2021 seguirono quattro guerre tra Israele e Hamas, con lanci di razzi da una parte e bombardamenti dall’altra.
Va ricordato che Hamas non coincide con i palestinesi: è un’organizzazione politica e armata, considerata terroristica da Unione europea e Stati Uniti, che non ha mai riconosciuto Israele.
Il 7 ottobre 2023 e la guerra di Gaza
Il 7 ottobre 2023 miliziani di Hamas e di altri gruppi armati superarono la barriera di Gaza e attaccarono kibbutz, cittadine e un festival musicale nel sud di Israele. Secondo le autorità israeliane furono uccise circa 1.200 persone, in maggioranza civili, e circa 250 furono portate a Gaza come ostaggi. Il governo guidato da Benjamin Netanyahu dichiarò guerra a Hamas, con una campagna aerea e poi un’invasione di terra della Striscia.
La guerra ha devastato Gaza. Quasi tutti gli abitanti sono stati sfollati, molti più volte. Il 22 agosto 2025 l’IPC, il sistema internazionale di classificazione della sicurezza alimentare, ha confermato la carestia nel governatorato di Gaza. Nel novembre 2024 la Corte penale internazionale ha emesso mandati di arresto per Netanyahu e per l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant, oltre che per il capo militare di Hamas Mohammed Deif; davanti alla Corte internazionale di giustizia è in corso la causa per genocidio intentata dal Sudafrica contro Israele, che respinge l’accusa. Una tregua nel gennaio 2025 durò due mesi, poi Israele riprese l’offensiva a marzo.
Il 10 ottobre 2025 è entrato in vigore un cessate il fuoco basato sul piano in venti punti del presidente americano Donald Trump. Il 13 ottobre gli ostaggi ancora vivi sono stati liberati in cambio di detenuti palestinesi. Il corpo dell’ultimo ostaggio, Ran Gvili, è stato recuperato il 26 gennaio 2026. A novembre 2025 il Consiglio di sicurezza, con la risoluzione 2803, ha approvato il piano e autorizzato una Forza internazionale di stabilizzazione temporanea. Per il contesto regionale si può vedere la scheda sul Medio Oriente dal 2020 a oggi.
Cosa succede oggi tra Israele e Palestina (aggiornato a ottobre 2026)
La tregua a Gaza regge, ma è fragile e il piano di pace è in gran parte fermo. Secondo l’Associated Press, a fine settembre 2026 Israele controllava ancora circa il 60 per cento della Striscia, Hamas non aveva consegnato le armi, la forza internazionale e il nuovo comitato amministrativo palestinese non erano entrati a Gaza e la ricostruzione non era cominciata. La maggior parte della popolazione vive in tende o tra le macerie. Nel 2026 il Board of Peace, l’organismo previsto dal piano Trump, ha proposto un programma di 66 progetti da 2,45 miliardi di dollari per i primi sei mesi.
Le cifre delle vittime vanno sempre attribuite a chi le diffonde. Il ministero della Salute di Gaza, controllato da Hamas, a fine settembre 2026 parlava di oltre 74.000 morti e circa 176.000 feriti dall’ottobre 2023, di cui più di 1.400 uccisi dopo il cessate il fuoco. Il ministero non distingue tra civili e combattenti; l’Ufficio ONU per gli affari umanitari (OCHA) riporta i suoi dati citandone la fonte, mentre Israele li contesta. Il 27 ottobre 2026 Israele andrà alle elezioni per la Knesset.
In Cisgiordania le violenze dei coloni contro i palestinesi sono quasi quotidiane. A settembre 2026, secondo l’ANSA, Netanyahu ha ordinato, sotto pressione americana, lo sgombero di circa cento avamposti illegali di coloni. Sul piano diplomatico, nel settembre 2025 Regno Unito, Canada, Australia, Portogallo e Francia hanno riconosciuto lo Stato di Palestina; l’Italia non lo ha ancora fatto e ha posto delle condizioni, tra cui il disarmo e l’esclusione di Hamas. Nel 2026 la guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran e i nuovi combattimenti in Libano hanno reso la regione ancora più instabile.
Domande frequenti, in breve
Perché Israele e Palestina sono in guerra? Perché due movimenti nazionali, quello sionista e quello palestinese, rivendicano la stessa terra da oltre un secolo, e le promesse britanniche, le guerre e l’occupazione hanno reso le loro posizioni sempre più lontane. Su quali punti non si trova un accordo? Sono gli stessi rinviati a Oslo: i confini, lo status di Gerusalemme, gli insediamenti, il destino dei rifugiati e la sicurezza di Israele. Cosa vuol dire “due Stati”? È la soluzione indicata dall’ONU e dalla maggior parte dei governi, uno Stato palestinese accanto a Israele, ma oggi nessuna delle due leadership ha preso impegni concreti per realizzarla. Per inquadrare la vicenda nella storia del Novecento c’è la scheda su Israele e Palestina.
Fonti e bibliografia per approfondire
- Treccani, Atlante Geopolitico, voce “Nascita ed evoluzione del conflitto arabo-israeliano”
- Nazioni Unite, risoluzioni 181 (1947) dell’Assemblea generale e 242 (1967), 2334 (2016) e 2803 (2025) del Consiglio di sicurezza
- Corte internazionale di giustizia, parere consultivo del 19 luglio 2024
- OCHA, Reported Impact Snapshot sulla Striscia di Gaza, 16 settembre 2026
- IPC, analisi sulla Striscia di Gaza pubblicata il 22 agosto 2025
- Associated Press, articolo del 23 settembre 2026 sullo stallo del piano per Gaza; Reuters e ANSA, settembre 2026
- Benny Morris, Vittime. Storia del conflitto arabo-sionista 1881-2001, Rizzoli, 2001
- Rashid Khalidi, The Hundred Years’ War on Palestine, Metropolitan Books, 2020