Mao Zedong (1893-1976) fu il capo del Partito comunista cinese che vinse la guerra civile e il 1° ottobre 1949 proclamò la Repubblica popolare cinese. Ne restò la guida fino alla morte. Trasformò un Paese contadino, devastato da decenni di guerre, in una potenza unificata. Lanciò anche campagne politiche ed economiche che provocarono la morte di milioni di persone, dal Grande balzo in avanti alla Rivoluzione culturale. In Cina il suo ritratto è ancora appeso sulla porta di Tienanmen; fuori dalla Cina il giudizio degli storici è molto severo.
Un figlio di contadini dello Hunan
Mao nacque il 26 dicembre 1893 a Shaoshan, nella provincia dello Hunan, in una famiglia contadina che con il lavoro si era fatta una certa agiatezza. Il padre voleva farne un commerciante; lui preferiva i libri. Crebbe mentre l’ultimo impero cinese crollava: nel 1911 la rivoluzione abbatté la dinastia Qing e il Paese finì nelle mani dei “signori della guerra”.
A Pechino lavorò per qualche mese nella biblioteca dell’università, dove conobbe i primi intellettuali marxisti. Nel luglio 1921 fu tra i delegati che a Shanghai fondarono il Partito comunista cinese. Erano poco più di una dozzina, in rappresentanza di una cinquantina di iscritti.
I contadini al centro della rivoluzione
Secondo la dottrina di Lenin, la rivoluzione doveva partire dagli operai delle città. Ma in Cina gli operai erano pochi e i contadini centinaia di milioni. Mao fu tra i primi a sostenere che la forza della rivoluzione cinese sarebbe venuta dalle campagne.
La scelta gli fu imposta anche dagli eventi. Nel 1927 il leader nazionalista Chiang Kai-shek, fino ad allora alleato dei comunisti, li fece massacrare a Shanghai. Mao si rifugiò sulle montagne e costruì basi rurali nel Jiangxi, con un esercito che combatteva con la guerriglia. La sua frase più citata di quegli anni è che “il potere politico nasce dalla canna del fucile”.
La Lunga marcia
Nel 1934 le truppe nazionaliste circondarono la base del Jiangxi. I comunisti ruppero l’accerchiamento e iniziarono una ritirata che durò un anno. Percorsero migliaia di chilometri tra fiumi, montagne e paludi, inseguiti e bombardati, fino allo Shaanxi, nel nord-ovest. Partirono in circa ottantamila; ne arrivarono pochi in confronto, alcune migliaia secondo molte stime. Durante la marcia, nella conferenza di Zunyi del gennaio 1935, Mao conquistò un ruolo di primo piano nella direzione del partito.
La Lunga marcia diventò il mito fondativo del comunismo cinese. Per la propaganda fu una vittoria; dal punto di vista militare era stata una fuga drammatica.
Dalla guerra contro il Giappone alla Repubblica popolare
Nel 1937 il Giappone invase la Cina. Comunisti e nazionalisti formarono un fronte comune, ma diffidavano gli uni degli altri. Dalla sua base di Yan’an, Mao allargò il controllo su vaste aree rurali dietro le linee giapponesi. Alla fine della seconda guerra mondiale la guerra civile riprese, e questa volta i comunisti vinsero. Chiang Kai-shek si ritirò a Taiwan.
Il 1° ottobre 1949, dalla porta di Tienanmen a Pechino, Mao proclamò la nascita della Repubblica popolare cinese. L’anno dopo firmò un trattato di alleanza con l’Unione Sovietica di Stalin e mandò centinaia di migliaia di “volontari” a combattere in Corea contro gli Stati Uniti. La Cina entrava così nella guerra fredda.
Il Grande balzo in avanti e la carestia
Nel 1958 Mao lanciò il Grande balzo in avanti. L’obiettivo era raggiungere in pochi anni la produzione industriale della Gran Bretagna. I contadini furono riuniti in enormi comuni popolari e invitati a produrre acciaio in piccoli forni costruiti nei cortili, fondendo anche pentole e attrezzi. Quell’acciaio era quasi sempre inutilizzabile, mentre i campi restavano senza braccia.
I funzionari locali, per paura, gonfiavano i dati dei raccolti, e lo Stato requisiva grano che non esisteva. Il risultato fu una delle carestie più gravi della storia: tra il 1959 e il 1961 morirono decine di milioni di persone. Le stime variano molto, a seconda dei metodi, ma nessuno storico serio nega la dimensione della catastrofe.
La Rivoluzione culturale
Messo in minoranza dopo il disastro, Mao tornò al centro della scena nel 1966 con la Rivoluzione culturale. Chiamò i giovani a ribellarsi contro i “borghesi” che, a suo dire, si erano infiltrati nel partito. Milioni di studenti, le Guardie rosse, sventolando il Libretto rosso con le sue citazioni, umiliarono, picchiarono e talvolta uccisero insegnanti, funzionari e intellettuali. Templi e biblioteche furono distrutti. Il presidente della Repubblica, Liu Shaoqi, morì in prigionia nel 1969; Deng Xiaoping fu emarginato.
Per dare un’immagine di vigore, nel luglio 1966 il settantaduenne Mao si fece fotografare mentre nuotava nel fiume Yangtze. La foto fece il giro del Paese.
Gli ultimi anni: Nixon e la morte
All’inizio degli anni Settanta i rapporti con l’URSS erano pessimi, e Mao cambiò direzione. Nel febbraio 1972 ricevette a Pechino il presidente americano Richard Nixon: un incontro che sorprese il mondo intero. Mao morì il 9 settembre 1976. Un mese dopo i suoi collaboratori più radicali, la cosiddetta “banda dei quattro”, tra cui la vedova Jiang Qing, furono arrestati.
Come viene giudicato Mao oggi
Nel 1981 il Partito comunista cinese approvò una risoluzione che riconosceva “gravi errori” negli ultimi vent’anni di Mao, ma confermava i suoi meriti come fondatore dello Stato. Deng Xiaoping riassunse il giudizio ufficiale con una formula: settanta per cento di meriti, trenta per cento di errori. Molti storici occidentali sono più duri e mettono al centro le vittime delle sue campagne. Il confronto con un’altra rivoluzione asiatica, quella guidata da Ho Chi Minh in Vietnam, aiuta a capire che cosa avessero in comune i comunismi del Novecento e dove fossero diversi.
Fonti e bibliografia per approfondire
- Enciclopedia Treccani online, voce “Mao Zedong”
- Encyclopaedia Britannica, voce “Mao Zedong”
- Philip Short, Mao: A Life, Hodder & Stoughton, 1999
- Frank Dikötter, Mao’s Great Famine, Bloomsbury, 2010