Età antica · Ebrei
La diaspora ebraica è la dispersione degli Ebrei fuori dalla terra di Israele, iniziata con le deportazioni assire e babilonesi tra l’VIII e il VI secolo avanti Cristo e diventata definitiva dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme da parte dei Romani nel 70 dopo Cristo. La parola è greca e significa “disseminazione”, come semi sparsi in un campo. Gli Ebrei usano anche un termine ebraico più amaro, galut, “esilio”.
È un argomento che attraversa i secoli, e per questo in prima lo si studia in modo un po’ frammentato. Proviamo a metterlo in fila.
Le prime deportazioni: Assiri e Babilonesi
La prima frattura arriva nel 722 a.C., quando gli Assiri conquistano Samaria e deportano una parte degli abitanti del regno di Israele. Quei gruppi si dissolvono tra altri popoli. Sono le “tribù perdute”, su cui nei secoli si sono costruite leggende di ogni tipo, dall’Etiopia al Giappone.
La seconda è quella che conta di più. Nel 597 e poi nel 587-586 a.C. il re babilonese Nabucodonosor II prende Gerusalemme, distrugge il Tempio di Salomone e porta a Babilonia il re, i sacerdoti, gli artigiani, le famiglie più importanti del regno di Giuda. È la cattività babilonese.
L’esilio a Babilonia: “Sui fiumi di Babilonia”
Uno dei salmi più famosi, il 137, comincia così: “Sui fiumi di Babilonia, là sedevamo e piangevamo, ricordandoci di Sion”. Giuseppe Verdi ne ha fatto, nel Nabucco, il coro “Va’, pensiero”, che molti di voi avranno sentito almeno una volta.
Eppure l’esilio non fu solo dolore. Gli esuli non erano schiavi incatenati: vivevano in villaggi propri, lavoravano, commerciavano. Senza il Tempio, dove soltanto si potevano offrire i sacrifici, dovettero ripensare la loro religione. Si radunavano per leggere e studiare le tradizioni dei padri, osservavano il sabato, praticavano la circoncisione per distinguersi dagli altri popoli. Molti studiosi pensano che proprio in questi anni gran parte dei testi della Bibbia ebraica sia stata raccolta e messa per iscritto. Un popolo che perde la terra si stringe attorno a un libro.
Il ritorno con Ciro e il Secondo Tempio
Nel 539 a.C. il re persiano Ciro conquista Babilonia e permette ai deportati di tornare a casa: la vicenda è nella scheda sull’impero persiano. Molti tornano a Gerusalemme e ricostruiscono il Tempio, consacrato verso il 515 a.C.: il Secondo Tempio.
Ma qui c’è la sorpresa. Non tornano tutti. Una parte consistente resta a Babilonia, dove le comunità ebraiche fioriranno per più di mille anni, fino a produrre nel V-VI secolo d.C. il Talmud babilonese, uno dei testi fondamentali dell’ebraismo. La diaspora, quindi, non è soltanto una condanna: è anche una scelta.
La diaspora nel mondo greco e romano
Dopo Alessandro Magno gli Ebrei si diffondono in tutto il Mediterraneo. Ad Alessandria d’Egitto c’è una comunità enorme, che parla greco: per loro, nel III secolo a.C., la Bibbia viene tradotta in greco, la cosiddetta versione dei Settanta, perché secondo la leggenda la tradussero settantadue saggi. Comunità ebraiche si trovano ad Antiochia, in Asia Minore, in Grecia, a Cirene. A Roma ci sono già nel II secolo a.C. Quella di Roma è, per inciso, la più antica comunità ebraica d’Europa ancora esistente.
Il luogo di riunione è la sinagoga, dal greco “assemblea”. Nella diaspora non si fanno sacrifici, si legge la Torah e si prega. Quando il Tempio sparirà, questo modello sarà già pronto.
Il 70 d.C.: la distruzione del Tempio
Nel 66 d.C. la Giudea, provincia romana, si ribella. Roma reagisce con durezza. Nel 70 d.C. Tito, figlio dell’imperatore Vespasiano, assedia e conquista Gerusalemme: il Secondo Tempio viene incendiato e distrutto. Oggi ne resta il muro di sostegno occidentale, il Muro del Pianto, luogo di preghiera per gli ebrei di tutto il mondo.
A Roma potete vedere la prova della vittoria romana: sull’Arco di Tito, nel Foro, un rilievo mostra i soldati che portano in trionfo gli oggetti del Tempio, tra cui il grande candelabro a sette bracci, la menorah. Per secoli molti ebrei romani hanno evitato di passare sotto quell’arco. Lo storico Flavio Giuseppe, ebreo passato dalla parte dei Romani, racconta l’assedio nella sua Guerra giudaica, con cifre di morti che gli storici considerano esagerate ma che danno l’idea della catastrofe.
Dopo un’ultima rivolta, guidata da Simon bar Kokhba tra il 132 e il 135 d.C., l’imperatore Adriano trasforma Gerusalemme in una colonia romana, Aelia Capitolina, e vieta agli ebrei di entrarvi. Da questo momento la maggior parte del popolo ebraico vive fuori dalla propria terra.
Come sopravvive un popolo senza terra
È forse la domanda più interessante. Molti popoli antichi, una volta perduti lo Stato e la terra, si sono semplicemente fusi con altri: chi parla più oggi di Accadi o di Ittiti? Gli Ebrei no. Le ragioni principali sono la religione, con regole che scandiscono la giornata e il calendario; il libro, studiato e commentato da rabbini e maestri; la comunità, organizzata attorno alla sinagoga; e la memoria, che ogni anno a Pesach ripete: “l’anno prossimo a Gerusalemme”.
Nel Medioevo e nell’età moderna le comunità della diaspora si distingueranno in grandi gruppi, come gli ashkenaziti dell’Europa centro-orientale e i sefarditi della penisola iberica, e vivranno periodi di convivenza e di persecuzione. Ma questa è una storia che studierete negli anni prossimi.
Le radici sono nei patriarchi e nell’Esodo. Il percorso completo è nell’indice per la prima.
Fonti per approfondire
Le voci di Wikipedia “Diaspora ebraica”, “Cattività babilonese” e “Arco di Tito”. La fonte antica principale sulla guerra del 66-70 d.C. è la Guerra giudaica di Flavio Giuseppe.