Il Canto degli italiani, che tutti chiamano Inno di Mameli o “Fratelli d’Italia”, è l’inno nazionale della Repubblica. Lo scrisse nel 1847 un ragazzo genovese di vent’anni, Goffredo Mameli, e lo mise in musica il maestro Michele Novaro. Il 12 ottobre 1946, ottant’anni fa, il governo guidato da Alcide De Gasperi decise di adottarlo come inno della neonata Repubblica: “provvisoriamente”, diceva il comunicato. Quel provvisorio è durato settantun anni, fino alla legge del 2017.
Chi ha scritto l’inno di Mameli
Goffredo Mameli era nato a Genova nel 1827 da una famiglia della nobiltà sarda. Studente, poeta, mazziniano, scrisse il testo nell’autunno del 1847: il Dipartimento per il Cerimoniale dello Stato indica la data del 10 settembre. In quei mesi in tutta la penisola si moltiplicavano le manifestazioni patriottiche, e le riforme concesse da Pio IX e da Carlo Alberto facevano sperare in una guerra contro l’Austria. Il testo fu mandato a Torino, dove Michele Novaro, compositore genovese, lo musicò il 24 novembre. Secondo il racconto che lo stesso Novaro fece anni dopo, si mise subito al clavicembalo e compose la melodia in una sola sera.
La prima esecuzione pubblica avvenne a Genova il 10 dicembre 1847, durante una grande manifestazione al santuario di Oregina per l’anniversario della cacciata degli austriaci del 1746. La polizia sabauda lo proibì quasi subito, ma l’anno dopo, nelle rivoluzioni del 1848, lo cantavano già i volontari partiti per la Lombardia.
Un inno scritto da un ragazzo morto a ventun anni
Mameli non vide l’Italia unita. Nel 1849 corse a Roma a difendere la Repubblica romana di Mazzini contro i francesi, combattendo agli ordini di Garibaldi. Il 3 giugno fu ferito a una gamba durante gli scontri intorno a Villa Corsini, sul Gianicolo; la ferita si infettò, la gamba fu amputata, e il 6 luglio morì. Aveva ventun anni. È sepolto al Mausoleo ossario del Gianicolo, tra i caduti per Roma: una delle tappe della Roma del Risorgimento.
Cosa significa il testo
Il linguaggio dell’Ottocento oggi suona difficile, e molti lo cantano senza capirlo. Proviamo a decifrarlo strofa per strofa, almeno nei passaggi più oscuri.
“L’Italia s’è desta, dell’elmo di Scipio s’è cinta la testa”: l’Italia si è svegliata e ha indossato l’elmo di Scipione l’Africano, il generale romano che sconfisse Annibale a Zama nel 202 a.C. “Dov’è la Vittoria? Le porga la chioma, ché schiava di Roma Iddio la creò”: la Vittoria, intesa come la dea, deve offrire i capelli da tagliare, come facevano le schiave nell’antica Roma, perché Dio l’ha creata serva di Roma. Insomma: la vittoria spetta agli italiani. “Stringiamci a coorte”: la coorte era un’unità della legione romana; serriamo le file, pronti a combattere.
Le strofe successive, che di solito non si cantano, sono un ripasso di storia. “Dall’Alpi a Sicilia dovunque è Legnano” ricorda la vittoria dei Comuni lombardi contro Federico Barbarossa nel 1176. “Ogn’uom di Ferruccio ha il core, ha la mano” cita Francesco Ferrucci, il capitano fiorentino ucciso a Gavinana nel 1530. “I bimbi d’Italia si chiaman Balilla” richiama il ragazzo genovese che nel 1746, secondo la tradizione, lanciò il primo sasso contro gli austriaci. “Il suon d’ogni squilla i Vespri suonò” evoca la rivolta di Palermo contro gli Angioini del 1282. L’ultima strofa attacca l’Austria e la Russia, che si erano spartite la Polonia: “Già l’Aquila d’Austria le penne ha perdute”.
Dalla Marcia reale al 12 ottobre 1946
Dopo l’Unità d’Italia l’inno ufficiale del Regno fu la Marcia reale, composta per i Savoia. Il canto di Mameli, repubblicano e mazziniano, restò popolare ma non ufficiale. Giuseppe Verdi lo usò nel 1862 nel suo Inno delle nazioni, scritto per l’Esposizione universale di Londra, mettendolo accanto alla Marsigliese e a God Save the Queen per rappresentare l’Italia.
Dopo la caduta del fascismo e il referendum del 2 giugno 1946, la Repubblica aveva bisogno di un inno. Nella seduta del Consiglio dei ministri del 12 ottobre 1946 il ministro della Guerra, il repubblicano Cipriano Facchinetti, comunicò che il giuramento delle Forze armate alla Repubblica si sarebbe tenuto il 4 novembre e che “provvisoriamente” si sarebbe adottato come inno nazionale l’Inno di Mameli. Il verbale prevedeva anche un decreto per formalizzare la scelta, che però non fu mai emanato. La Costituzione, entrata in vigore il 1° gennaio 1948, descrive la bandiera all’articolo 12, ma dell’inno non parla.
Quando è diventato inno ufficiale
Per decenni furono presentate proposte per sostituirlo, con il Va’ pensiero di Verdi o con altri brani, e proposte per renderlo definitivo. Il primo riconoscimento arrivò con la legge 23 novembre 2012, n. 222, che ne prevede l’insegnamento nelle scuole e fissa al 17 marzo la “Giornata dell’Unità nazionale, della Costituzione, dell’inno e della bandiera”. La svolta fu la legge 4 dicembre 2017, n. 181: la Repubblica riconosce il testo di Mameli e lo spartito originale di Novaro come proprio inno nazionale. Infine, con un decreto del 14 marzo 2025, il Presidente della Repubblica ha stabilito le modalità di esecuzione dell’inno nelle cerimonie ufficiali. Le tappe della storia repubblicana sono riassunte nella cronologia Repubblica e Costituzione.
In breve
Testo di Goffredo Mameli (1847), musica di Michele Novaro (24 novembre 1847), prima esecuzione a Genova il 10 dicembre 1847. Adottato provvisoriamente dal governo De Gasperi il 12 ottobre 1946, riconosciuto per legge come inno nazionale il 4 dicembre 2017.
Fonti per approfondire
La pagina sull’Inno nazionale del Dipartimento per il Cerimoniale dello Stato, con gli autografi di Mameli e Novaro; il testo della legge 4 dicembre 2017, n. 181 su Normattiva.