La crisi russo-ucraina dal 2014 indica gli otto anni di conflitto tra Russia e Ucraina che precedettero l’invasione su larga scala del 24 febbraio 2022. Cominciò dopo le proteste di Euromaidan, con l’annessione russa della Crimea e la guerra nel Donbas tra l’esercito ucraino e milizie separatiste sostenute da Mosca. Fu una guerra a bassa intensità, con un fronte quasi fermo, migliaia di morti e milioni di sfollati, che in Europa occidentale molti finirono per dimenticare. Per il quadro complessivo, dal 1991 a oggi, c’è la scheda sulla guerra russo-ucraina.
Da piazza Maidan alla fuga di Janukovyč
Tutto partì da una firma mancata. Il 21 novembre 2013 il governo del presidente Viktor Janukovyč sospese la preparazione dell’accordo di associazione con l’Unione europea, che avrebbe dovuto essere firmato pochi giorni dopo. A Kiev migliaia di persone, soprattutto studenti, scesero in piazza dell’Indipendenza, il Majdan. Quando la polizia li disperse con la forza, le proteste si allargarono a tutto il Paese.
L’Euromaidan durò tre mesi. Tra il 18 e il 20 febbraio 2014 gli scontri e i colpi dei cecchini fecero circa cento morti tra i manifestanti, ricordati in Ucraina come la “Centuria celeste”, e decine di vittime tra le forze dell’ordine. Il 22 febbraio Janukovyč lasciò Kiev, e il Parlamento lo destituì.
L’annessione della Crimea
Il 27 febbraio 2014 uomini armati con uniformi senza insegne occuparono il Parlamento della Crimea a Simferopoli. Nei giorni seguenti presero il controllo di aeroporti, basi e strade. I giornalisti li chiamarono “omini verdi”; Mosca all’inizio negò che fossero soldati russi, poi lo ammise.
Il 16 marzo si tenne un referendum sull’adesione alla Russia, organizzato in pochi giorni, sotto controllo militare e senza osservatori internazionali riconosciuti. Il 18 marzo il presidente Vladimir Putin firmò il trattato di annessione. L’Ucraina e la grande maggioranza degli Stati non l’hanno mai riconosciuta, e il 27 marzo l’Assemblea generale dell’ONU votò una risoluzione a difesa dell’integrità territoriale ucraina. I passaggi sono ricostruiti nella scheda sull’annessione della Crimea.
La guerra nel Donbas
Ad aprile 2014 gruppi armati occuparono edifici pubblici nelle regioni orientali di Donec’k e Luhans’k e proclamarono due “repubbliche popolari”. A Slov’jans’k arrivò un gruppo di combattenti guidato da un ex ufficiale dei servizi russi. Il governo di Kiev lanciò un’”operazione antiterrorismo”. In estate le forze ucraine riconquistarono diverse città, ma ad agosto, presso Ilovajs’k, subirono una pesante sconfitta, con la partecipazione di reparti regolari russi che Mosca continuava a negare.
Nel maggio 2014 gli Ucraini avevano eletto presidente Petro Porošenko. Il fronte, intanto, si stava trasformando in una linea di trincee che tagliava in due il Donbas: da una parte le città controllate da Kiev, dall’altra quelle dei separatisti.
Il volo MH17
Il 17 luglio 2014 un aereo di linea della Malaysia Airlines, in volo da Amsterdam a Kuala Lumpur, fu abbattuto sopra il Donbas. Morirono tutte le 298 persone a bordo, tra cui 196 cittadini olandesi. Una squadra investigativa internazionale guidata dai Paesi Bassi concluse che il missile era un Buk appartenente a una brigata antiaerea dell’esercito russo, portato dalla Russia e poi riportato indietro. Nel novembre 2022 un tribunale olandese condannò in contumacia tre uomini per l’abbattimento. La Russia ha sempre respinto queste conclusioni.
Gli accordi di Minsk e il “formato Normandia”
Per fermare i combattimenti, Germania e Francia avviarono negoziati con Russia e Ucraina, il cosiddetto “formato Normandia”. Il primo accordo di Minsk, nel settembre 2014, non resse. Il secondo, firmato il 12 febbraio 2015 dopo una notte di trattative tra Merkel, Hollande, Putin e Porošenko, prevedeva il cessate il fuoco, il ritiro delle armi pesanti, elezioni locali e uno status speciale per le aree separatiste. Pochi giorni dopo la firma, i separatisti presero la città di Debal’ceve.
Da allora il fronte cambiò poco. Gli osservatori dell’OSCE contavano ogni giorno violazioni del cessate il fuoco. Secondo l’Ufficio ONU per i diritti umani, tra il 2014 e il 2021 il conflitto causò più di quattordicimila morti, di cui oltre tremila civili, e più di un milione di sfollati interni.
Dal 2019 alla vigilia dell’invasione
Nel 2018 le navi russe bloccarono nello stretto di Kerč’ tre unità della marina ucraina e ne arrestarono gli equipaggi. Nell’aprile 2019 Volodymyr Zelens’kyj vinse le elezioni presidenziali con il 73 per cento dei voti, promettendo di chiudere la guerra. Ci furono scambi di prigionieri e, nel dicembre 2019, un vertice a Parigi. Ma la soluzione politica non arrivò.
Nella primavera e poi nell’autunno del 2021 la Russia concentrò decine di migliaia di soldati vicino ai confini ucraini. A dicembre presentò agli Stati Uniti e alla NATO proposte di trattato che chiedevano, tra l’altro, di escludere ogni futuro allargamento dell’Alleanza verso est. Il 21 febbraio 2022 Mosca riconobbe le due repubbliche separatiste. Tre giorni dopo cominciò l’invasione russa dell’Ucraina.
Perché questi otto anni contano
Molti manuali partono dal 2022. Ma senza il 2014 non si capisce il 2022: le rivendicazioni territoriali, la sfiducia reciproca, gli accordi falliti, le identità politiche che si sono rafforzate nella guerra. Anche le fonti vanno lette con attenzione: per questo periodo le più solide sono i rapporti dell’OSCE e dell’ONU e le indagini giudiziarie internazionali. Il contesto dello Stato ucraino è nella scheda sull’Ucraina indipendente.
Fonti e bibliografia per approfondire
- Encyclopaedia Britannica, voci “Ukraine crisis” e “Malaysia Airlines flight 17”
- Assemblea generale delle Nazioni Unite, risoluzione 68/262 (27 marzo 2014)
- Ufficio dell’Alto commissario ONU per i diritti umani, rapporti sulla situazione dei diritti umani in Ucraina
- Serhii Plokhy, The Russo-Ukrainian War: The Return of History, W. W. Norton, 2023