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Guerra in Iraq

La guerra in Iraq cominciò nel marzo 2003 con l’invasione del paese da parte di una coalizione guidata dagli Stati Uniti e dal Regno Unito. In poche settimane il regime di Saddam Hussein crollò. La guerra, però, non finì lì: seguirono anni di insurrezione, attentati e scontri tra comunità religiose, fino al ritiro delle truppe americane nel dicembre 2011. Ancora oggi è una delle guerre più discusse del nostro secolo, a partire dalle ragioni con cui fu giustificata.

Le cause della guerra in Iraq

Per capire il 2003 bisogna partire dalla guerra del Golfo del 1991. Dopo quella sconfitta l’Iraq di Saddam Hussein restò sotto sanzioni dell’ONU e dovette accettare gli ispettori incaricati di distruggere le sue armi chimiche e biologiche e il programma nucleare. I rapporti con gli ispettori furono tesi per tutto il decennio.

Poi vennero gli attentati dell’11 settembre 2001. L’amministrazione di George W. Bush, dopo l’intervento in Afghanistan, indicò nell’Iraq una minaccia da eliminare. Le accuse principali erano due: che Saddam possedesse ancora armi di distruzione di massa e che avesse legami con gruppi terroristici. Il 5 febbraio 2003 il segretario di Stato Colin Powell presentò queste accuse al Consiglio di sicurezza.

L’ONU divisa e le proteste nel mondo

Il Consiglio di sicurezza non autorizzò esplicitamente la guerra. Francia, Germania e Russia erano contrarie e chiedevano più tempo per gli ispettori. Il 15 febbraio 2003 milioni di persone manifestarono contro l’intervento in centinaia di città: Roma, Londra e Madrid ebbero alcuni dei cortei più grandi.

I governi si divisero anche in Europa. Regno Unito, Spagna, Italia e Polonia, tra gli altri, appoggiarono Washington. Il caso sollevò una questione che resta aperta: quando è legittimo attaccare un paese senza un mandato chiaro delle Nazioni Unite?

L’invasione e la caduta di Saddam

L’attacco iniziò nella notte tra il 19 e il 20 marzo 2003. Le forze della coalizione avanzarono rapidamente dal Kuwait. Il 9 aprile entrarono a Baghdad, e le immagini della statua di Saddam abbattuta in piazza Firdos fecero il giro del mondo. Il 1° maggio Bush annunciò, a bordo di una portaerei, la fine delle principali operazioni di combattimento.

Il governo provvisorio americano, guidato da Paul Bremer, prese subito due decisioni molto contestate. Sciolse l’esercito iracheno ed escluse dagli incarichi pubblici gli iscritti al partito Baath di Saddam. Centinaia di migliaia di uomini, molti armati e addestrati, si trovarono senza lavoro e senza futuro. Saddam Hussein fu catturato nel dicembre 2003 vicino a Tikrit. Processato da un tribunale iracheno, fu giustiziato alla fine del 2006.

Nassiriya e la missione italiana

L’Italia partecipò al dopoguerra con la missione “Antica Babilonia”, nella zona di Nassiriya, nel sud del paese. Il 12 novembre 2003 un camion carico di esplosivo colpì la base dei carabinieri. Morirono diciannove italiani, tra militari e civili, e diversi iracheni. Fu l’attacco più grave contro militari italiani dalla fine della Seconda guerra mondiale. I soldati italiani rimasero in Iraq fino al 2006.

Insurrezione e guerra civile

Dal 2004 il paese scivolò nella violenza. Combattevano ex militari del regime, gruppi sunniti, milizie sciite e la rete di al-Qaida in Iraq guidata da Abu Musab al-Zarqawi. Le città di Falluja e Ramadi divennero campi di battaglia. Nello stesso anno le fotografie delle torture nel carcere di Abu Ghraib, commesse da soldati americani, provocarono uno scandalo internazionale.

Nel 2005 gli iracheni votarono per un’assemblea e approvarono una nuova costituzione. Ma nel febbraio 2006 un attentato distrusse la cupola della moschea sciita di Samarra. Da lì esplose una guerra civile tra sunniti e sciiti, con migliaia di morti ogni mese e interi quartieri di Baghdad svuotati.

Il surge e il ritiro americano

Nel 2007 gli Stati Uniti mandarono circa 30.000 soldati in più, il cosiddetto surge, e cambiarono strategia sotto il generale David Petraeus. Contemporaneamente molte tribù sunnite si rivoltarono contro al-Qaida e si allearono con gli americani. La violenza calò sensibilmente.

Alla fine del 2008 Washington e Baghdad firmarono un accordo che fissava la partenza delle truppe. Le ultime unità da combattimento americane lasciarono l’Iraq nel dicembre 2011, sotto la presidenza di Barack Obama.

Bilancio e conseguenze

Le armi di distruzione di massa non furono mai trovate. Lo stabilì nel 2004 l’Iraq Survey Group, il gruppo di esperti incaricato dagli stessi Stati Uniti. Nel 2016 la commissione d’inchiesta britannica guidata da John Chilcot concluse che la guerra era stata decisa prima di aver esaurito le alternative pacifiche, sulla base di informazioni non verificate a sufficienza.

Il costo umano fu altissimo. Morirono quasi 4.500 soldati americani e centinaia di soldati di altri paesi della coalizione. Per i civili iracheni il progetto Iraq Body Count ha documentato oltre centomila morti violente fino al 2011; altre stime arrivano a cifre molto più alte. Milioni di persone lasciarono le loro case.

Le conseguenze andarono oltre il 2011. Dai resti di al-Qaida in Iraq nacque lo Stato islamico, che nel 2014 conquistò Mosul e grandi territori tra Iraq e Siria, prima di essere sconfitto militarmente in Iraq alla fine del 2017. La guerra in Iraq è così diventata un capitolo centrale della guerra al terrorismo, e uno dei suoi più controversi.

Fonti e bibliografia per approfondire

  • Encyclopaedia Britannica, voce “Iraq War”
  • Comprehensive Report of the Special Advisor to the DCI on Iraq’s WMD (rapporto Duelfer), 2004
  • The Report of the Iraq Inquiry (rapporto Chilcot), Londra, 2016
  • Thomas E. Ricks, Fiasco: The American Military Adventure in Iraq, Penguin Press, 2006

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