Origine dell’uomo
L’evoluzione umana è la lunga storia, durata circa sei milioni di anni, che va dagli ultimi antenati comuni con gli scimpanzé fino a noi, Homo sapiens. Quando la spiego in prima superiore comincio sempre da un disegno che tutti hanno visto: la fila di figure curve che si raddrizzano a poco a poco, dalla scimmia all’uomo con la lancia. È un’immagine famosa. Ed è sbagliata.
Sbagliata perché suggerisce una scala, con un gradino dopo l’altro e un traguardo già scritto. I fossili raccontano altro: un cespuglio pieno di rami, molti dei quali si sono seccati senza lasciare discendenti.
In breve: le tappe dell’evoluzione umana
Se dovete ripassare in cinque minuti, tenete a mente questa sequenza, sapendo che le date sono approssimative e vengono aggiornate quasi ogni anno. Tra 7 e 5 milioni di anni fa, in Africa, la linea che porterà all’uomo si separa da quella degli scimpanzé. Intorno a 4 milioni di anni fa vivono gli australopitechi, già bipedi ma con un cervello piccolo. Verso 2,5-2,3 milioni di anni fa compare il genere Homo, con Homo habilis e i primi strumenti di pietra scheggiata. Poco dopo Homo erectus esce dall’Africa e arriva fino a Giava e in Cina. Nelle ultime centinaia di migliaia di anni convivono più specie umane: Neanderthal in Europa, Denisova in Asia, sapiens in Africa. Ne è rimasta una sola.
Siamo davvero “discendenti delle scimmie”?
È la domanda che arriva puntuale, di solito dal fondo dell’aula. La risposta corretta è: no, non discendiamo dagli scimpanzé che vediamo oggi allo zoo. Noi e loro abbiamo un antenato comune, vissuto milioni di anni fa, da cui sono partite due strade diverse. Gli scimpanzé hanno continuato a evolversi esattamente quanto noi, solo in un’altra direzione.
Detto questo, siamo primati a tutti gli effetti. Il confronto tra DNA umano e DNA di scimpanzé mostra una somiglianza altissima, ed è proprio la genetica, insieme ai fossili, a permettere di stimare quando le due linee si sono divise.
Prima il bipedismo, poi il cervello
Molti studenti immaginano che l’uomo sia diventato “intelligente” e poi, di conseguenza, si sia alzato in piedi. È successo il contrario. Il caso più celebre è Lucy, lo scheletro di australopiteco trovato in Etiopia nel 1974 e vissuto circa 3,2 milioni di anni fa: bacino e gambe adatti a camminare su due piedi, cranio grande più o meno come quello di uno scimpanzé.
Camminare eretti liberava le mani. Permetteva di trasportare cibo e piccoli, di vedere sopra l’erba alta della savana, forse di disperdere meglio il calore. Il cervello grande arriverà molto più tardi, e costerà caro: è un organo che consuma moltissima energia, e richiede una dieta più ricca, con carne e midollo.
Il genere Homo: abilità, viaggi e fuoco
Con Homo habilis si associano di solito i primi utensili in pietra, i ciottoli scheggiati della cosiddetta cultura olduvaiana, dal nome della gola di Olduvai in Tanzania. Attenzione, però: oggi sappiamo che strumenti molto semplici potrebbero essere ancora più antichi, e il legame “una specie, un tipo di strumento” è più comodo per i libri che vero sul terreno.
Homo erectus è il grande viaggiatore. Più alto, con proporzioni del corpo simili alle nostre, lascia l’Africa forse già 1,8 milioni di anni fa: a Dmanisi, in Georgia, ne sono stati trovati resti di quell’epoca. Gli si attribuiscono le amigdale, le asce a mandorla lavorate su entrambe le facce, e un uso sempre più regolare del fuoco, che trovate spiegato nella scheda sulla scoperta del fuoco. Cuocere il cibo, scaldarsi, tenere lontani gli animali: cambia la giornata, e forse anche le relazioni dentro il gruppo, raccolto attorno al focolare.
Neanderthal e sapiens: cugini, non nonno e nipote
L’uomo di Neanderthal ha una pessima fama, del tutto immeritata. Viveva in Europa e in Asia occidentale, sopportava climi glaciali, cacciava grandi animali, usava pigmenti e seppelliva almeno alcuni dei suoi morti. Non è il nostro antenato diretto: è una specie sorella, nata da un ramo separato.
La sorpresa è arrivata con lo studio del DNA antico, a partire dal 2010: nella maggior parte delle persone che oggi non hanno origini africane c’è una piccola percentuale di geni neanderthaliani. Vuol dire che i due gruppi si sono incontrati e hanno avuto figli insieme. Lo stesso vale per i Denisoviani, conosciuti quasi soltanto grazie al DNA estratto da un osso di dito trovato in una grotta della Siberia.
Homo sapiens compare in Africa: i fossili di Jebel Irhoud, in Marocco, sono stati datati a circa 300.000 anni fa. La grande espansione nel resto del mondo avviene più tardi, soprattutto negli ultimi 70-60.000 anni. Quando i Neanderthal scompaiono, circa 40.000 anni fa, restiamo soli.
Come fanno gli scienziati a saperlo?
Qui vale la pena fermarsi un attimo, perché è la parte che fa capire come lavora uno storico della preistoria, o meglio un paleoantropologo. Le prove sono di tre tipi. Ci sono i fossili, cioè ossa e denti, spesso pochissimi frammenti. Ci sono le tracce materiali: strumenti, focolari, impronte come quelle di Laetoli, lasciate nella cenere vulcanica 3,6 milioni di anni fa. E c’è la genetica, che confronta il DNA di popolazioni vive e, quando si riesce a estrarlo, quello di individui morti da decine di migliaia di anni.
Nessuna di queste prove basta da sola. Messe insieme, permettono di proporre ipotesi che poi altre scoperte confermano o smontano. Che le date cambino non significa che “gli scienziati non sanno niente”: significa che la ricerca sta facendo il suo mestiere.
Perché tutto questo riguarda la storia
A rigore, la storia comincia con la scrittura. Ma senza capire chi erano questi gruppi di cacciatori e raccoglitori, come si spostavano e come fabbricavano gli strumenti, il Paleolitico resta un elenco di nomi in latino. E l’idea più utile da portare via, anche per l’interrogazione, è proprio questa: l’evoluzione umana non è una marcia verso di noi, ma una storia di adattamenti, incontri ed estinzioni in cui eravamo uno dei tanti esiti possibili.
Gli altri argomenti del primo anno, in ordine, li trovate nell’indice di storia per la prima.
Fonti per approfondire
Per una sintesi aggiornata è utile la voce “Evoluzione umana” di Wikipedia, da usare come punto di partenza e poi da verificare. Più solido il saggio “Evoluzione del genere Homo” pubblicato da Treccani nell’opera Frontiere della Vita, che discute l’origine di Homo erectus e il destino dei Neanderthal.